Undici tesi dopo lo tsunami

1. Aprile 2008: va rilevato il tratto di discontinuità, forse di salto. Non si può riprendere il discorso dall’heri dicebamus. Occorre un cambio di passo, nella ricerca e nell’iniziativa. Non stava scritto che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c’erano, nel paese, e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il problema. D’altra parte, non è la paura il sentimento che ci deve dominare. Non c’è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime. C’ è una nuova destra, di governo, e di amministrazione, da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero/azione.

2. Si conferma il dato, che viene da lontano, di una maggioranza di centro-destra nel paese reale.  Negli ultimi quindici anni, l’opinione di centro si è avvicinata all’opinione di destra. Se la Dc era un centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un centro che guarda a destra. Questo ha dato l’illusione che ci fosse un residuo di centro da conquistare a sinistra. C’era, ma meno consistente di quanto si pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di territorio, sono stati più forti dell’iniziativa politica. Sono state due le risposte a questi smottamenti di opinione: una a vocazione maggioritaria, una a vocazione minoritaria. La prima, una risposta, diciamo così, espansiva: competere al centro, per togliere al centro-destra un pezzo di consenso. Così, i Progressisti, poi l’Ulivo, poi l’Unione, poi il Partito democratico. Che quest’ultimo potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una risposta, diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa, con una grande ambizione e una piccola forza. Non si può essere, troppo a lungo, anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi.  Aprile, il più crudele dei mesi: due fallimenti,  del centro-sinistra e della sinistra, del grande partito di centro-sinistra e della  piccola aggregazione di sinistra.

3. Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si potrebbe chiamare l’equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto tra l’equivoco della rappresentanza e quella che si dice la crisi della politica. Che cosa viene prima, una crisi di rappresentanza sociale o una crisi di proposta politica? Che cosa fa più difetto, la rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a rovesciare il senso comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia non quando la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale, capire la società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo che sta al fondo della crisi della politica. Il fondo della crisi della politica è nel crollo di soggettività politica, nella caduta, relativamente recente, della proposta soggettiva. La politica non sa più parlare proprio perché non sa più leggere, non sa più interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L’equivoco della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com’è, anche il dato della società, anche il dato della maggioranza di centrodestra nel paese. Se tu lo assumi così com’è, e cerchi di correggere questo, e non ti fai carico invece di una proposta politica forte, lì inneschi appunto un processo che va a finire nella crisi della politica. Prima produci l’antipolitica e poi ti fai carico di rappresentarla.

4. Quando la politica non sa più parlare, allora viene fuori un ceto politico, e un ceto amministrativo, autoreferenziale, che parla a se stesso e di se stesso, perchè non sa più parlare al paese, alla società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di se stesso, entra nella logica di qualsiasi altro ceto, di qualsiasi altro corpo della società. Per garantirsi il consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più vince. La politica non è scollata dalla società civile, è incollata ad essa. Se società civile è il campo degli interessi particolari e degli egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta poco, piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di questa società, subalterna alle leggi di movimento, nazionali e sovranazionali, attraverso cui essa si autogoverna. Di qui, la crisi di senso dell’agire politico, vero e proprio fatto d’epoca del nostro tempo. Perché, compito principale della politica non è dare risposte, è fare domande. E’ la politica che deve interrogare la società, e il dato che c’è, deve appunto saperlo leggere, decifrare, tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo così come  si presenta oggettivamente, nel suo  gioco incontrollato di forze.

5. Quale, su questo punto, la differenza tra l’adesso e ieri? In passato c’erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano, esprimevano, sì, interessi, ma grandi interessi, di per sé riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti aggregati, già autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era meno importante allora leggere e interpretare, era più possibile direttamente rappresentare.  Ma quando le grandi classi si disgregano, e ti trovi di fronte a una società frammentata, pluralistica, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata, quando non c’è più quindi voce sociale, aumenta l’obbligo della voce politica. Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una proposta riunificante. Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la classe, va costruito,  non va descritto. Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è.

6. C’è un’ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo in Europa, dall’America di Bush, proprio mentre lì va forse declinando. E’ una febbre da rivoluzione conservatrice in tono minore, che attacca i corpi malandati dei nostri sistemi politici. Lo schema è quello tradizionale: la paura come risposta al disagio. Perché la paura non è la causa scatenante, la causa scatenante è il disagio, di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura è un rimedio mobilitante per chi non ha difese, e  dunque le cerca, per chi non ha sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La destra corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell’animo umano, e la sinistra ha i Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica, controcorrente, da sostenere a questo punto con buone ragioni potrebbe dire così: la destra vince perché non c’è la sinistra. E’ una tesi dimostrabile empiricamente, ultimi dati elettorali alla mano, nel paese Italia e, soprattutto, in quell’evento simbolico che è la caduta di Roma: non ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra. La verità da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si riorganizza intorno a una Grande Sinistra.

7. C’è un retroterra di questo discorso, di cui bisogna essere consapevoli, un discorso di lungo respiro, che funge un po’ da convitato di pietra di tutti i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché il capitalismo è forte. Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista  e sta forse riguadagnando spazio il ruolo delle politiche pubbliche, e c’è da capire dove cadrà l’accento, se sul passaggio di crisi o sul passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello globale, e sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è forte perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema, democrazia politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha permesso fin qui a proprio favore due, e due sole, soluzioni di governo: o un centro-destra forte o un centro-sinistra debole. La virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o bipartitici, modello Westminster, si sappia, ha questo vizietto di fondo. In queste condizioni, non c’è spazio né per una politica di pura gestione né per una politica di mera contestazione. C’è posto solo per una guerra di posizione, di media durata. La difficile situazione economica impatterà con il governo politico della destra. E l’emergenza, che sembrava dover essere istituzionale, magari sarà di più sociale. La storia-mondo, poi, è un campo di imprevedibili eventi, se non la si guarda con la pappa del cuore, ma la si afferra con la lucida intelligenza di una politica-mondo. Qui c’è un terreno favorevole per la sinistra, se saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria forza.

8. Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l’Italia, per stare in Europa e nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola sinistra, residuale, testimoniale, arroccata nei passati simboli e nelle antiche identità, ma di una Grande Sinistra, moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare. Non si può concedere che l’anomalia italiana si ripresenti oggi nella forma dell’eccezione di un paese senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è: che cosa è sinistra, ma chi  è sinistra. Più che conoscere, si tratta di andare a ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche qui, riconoscere non vuol dire rappresentare, vuol dire costruire, o meglio, ricostruire un campo di forze, in grado di portare un progetto di trasformazione, strategicamente pensato e tatticamente agito. Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione - della politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea, non affabulazione ma organizzazione.

9. La nuova e antica centralità: dare forma politica al pluriverso del lavoro. Ci vuole un’idea politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo l’esperienza storica del movimento operaio, in che modo la persona che lavora, uomo e donna in modo differente, può avere in quanto tale, non solo come cittadino, una funzione politica? Come i lavoratori associati possono contare politicamente? In che modo, per quali vie, con quali forme, possono esprimere un progetto di modello sociale, di sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono oggi i lavoratori? C’è questo ceto medio acculturato di massa, che è diventato un po’ la caricatura del blocco storico per il centro-sinistra: perché è isolato e lontano dal resto della società reale. Ha una parte alta, che va verso le professioni, una parte bassa che va verso il precariato, a volte le due condizioni si congiungono. E’ prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo pezzo di lavoro immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c’è anche quando manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro sans phrase, direbbe Marx.  Ma qui ne va della dignità della sinistra il farsi carico e porre rimedio a questa disperata solitudine operaia, che si esprime, come abbiamo visto in tanti modi, a volte sconcertanti, che vanno riconosciuti, non giudicati. Solo assolvendo politicamente a questo compito si può riaprire il discorso sul nuovo “mondo del lavoro”. Lavoro e sapere, si dice oggi. Più la differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e seconda generazione,  che va ricongiunto al lavoro dipendente, garantito o precarizzato. Così come il centro urbano va ricongiunto alle periferie metropolitane. Non è possibile accettare come un destino il rovesciamento di consenso che si è verificato tra questi spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è possibile. O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso della propria funzione, nel “fare popolo” come “soggetto politico”. Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale e forza politica.

10. Diceva Brecht: sul muro sta scritto “viva la guerra”/ chi l’ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non si può tornare indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il nuovo a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse,  prendiamoci il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori  il fatto che a volte è necessario  fare un passo indietro per saltare in avanti.

11. Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della vecchia sinistra. Sarebbe un’operazione fuori tempo e senza spazio. Il vecchio bisogna sempre che sia quello dell’avversario, mai il nostro. Tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite. Ma non si creda che sia allora viva, per i bisogni della sinistra, la tradizione liberaldemocratica. Il partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera questa storia. Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in senso lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella storia del nostro paese, sono lì, in attesa di essere riconosciute,valorizzate, riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il lavoro salariato con l’ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo della sinistra. E può diventare partito del popolo della sinistra. Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo. Bisogna comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero forte. Ma, ecco: non si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e teorici. Altrimenti si diventa un’altra cosa.


Cari Compagni, Non sono

Cari Compagni,

Non sono iscritto a nessun partito politico comunque vorrei dare un mio contributo con questo intervento “dal basso” che mi accingo a descrivere con questo mio scritto (post).

Un esercizio molto semplice è da sempre quello di scaricare su altri le nostre ansie (generalizzazioni su immigrati,generalizzazioni su movimenti sociali ecc..
Da sempre l'uomo per giustificare proprie carenze di interpretazione {{reale}} dei {{fatti}} e pur di non mettere in discussione se stesso indica in altri la causa dei suoi fallimenti.
Ora ci sono state le elezioni ed è andata come è andata, ancora addossare agli Italiani che hanno votato chi non merita il loro voto o peggio dire che essi sono dei cogl..... come affermato nelle elezioni del 2006 dal candidato premier del centrodestra o dire come oggi si dice che gli elettori non hanno capito,non compreso chi sono le forze politiche che li rappresentano è un tipo di "analisi" che offende chi la propone ed ancora peggio chi la legge.
Credo che il tuo pensiero, quello che tu esponi nel tuo intervento sia l'immagine esatta delle ragioni per le quali i Cittadini Italiani non hanno premiato la S.A. infatti credo che la classe dirigente di “sinistra” in Italia pecchi di carenza nella conoscenza del paese reale,ma possibile che non notate l’assoluta incoerenza fra quello che si prospetta in campagna elettorale e quello che succede tutti i giorni ai Cittadini di questo paese. le "trasparenze amministrative",risanamenti di bilancio...esse rimangono solo buone intenzioni se poi non vengono seguite da fatti concreti e coerenti con esse ad esempio l'esigenza di mettere mano alla legislazione sugli appalti pubblici con l'adozione di nuovi strumenti di verifica degli stessi,in Italia ci sono tantissime leggi ma mancano quelle essenziali ad esempio una norma sui suoli e sugli strumenti urbanistici piani territoriali di coordinamento ecc. che diano finalmente una certezza regolata di sviluppo al nostro territorio (ed ai Cittadini che lo vivono, specialmente al sud Italia luogo dal quale scrivo).
Il galoppante Nichilismo non è altro che la condizione nella quale stà sprofondando il Cittadino Italiano stretto in una morsa fra demagogica “sinistra” e bombardamento mediatico univoco dell’informazione nell’epoca attuale caratterizzata dalla assoluta illecita illegalità diffusa e dalla convizione che tutto si può fare (libertà di fare quello che si vuole) con regole valide solo per i “deboli”.
Poi la non conoscenza “reale” delle questio non ha mai consentito di dare risposte coerenti ai bisogni di chi ci stà di fronte a problemi quali la disoccupazione,il degrado sociale ecc.
Il proliferare di piccole imprese ,cooperative (onlus) sich!!... che nascono solo per sfruttare la carenza organizzative dei pubblici servizi tipo ASL,il blocco delle assunzioni di nuovo personale non fa altro che favorire tali associazioni che sfruttano il personale precario sottopagato, tra l’altro costando alla collettività di più di assunzioni regolari per coprire tali servizi.
Sul sistema bancario italiano non stò ad esprimere giudizi i gravissimi fatti di cronaca di questi anni parlano per me,una sola domanda ;.. non hanno notato lor signori ,,il proliferare di agenzie di prestito,non credo che questo sia un buon segnale infatti il “fenomeno” ci suggerisce che anche in questo campo, fra le leggi latitanti c’è anche quella che dovrebbe regolamentare il credito ed il prestito in Italia,mi domando perché non possiamo avere una norma che consenta prestiti sulle attività produttive ossia che finanzi un progetto economico e non solo il capitale.
Credo che solo parlando ,vis a vi,di tali argomenti concreti ai Cittadini di questo paese ed elaborando insieme a loro strategie politiche tali da consentire una reale presa di coscienza del proprio se, si possa aspirare in futuro di cambiare le sorti di questo grande paese.

Entrando ora in argomento politico-strategico credo che si possa pensare di utilizzare un metodo nuovo per far diventare “reali” proposte e coerenza, nella pratica politica nazionale e locale dei movimenti politici Italiani che aspirano all’alternativa al governo testè insediato. Non ho usato volutamente la parola sinistra perché credo che tale allocuzione abbia fatto il suo tempo non certo per i contenuti che essa identifica ma dal punto di vista della comprensione stessa da parte dei Cittadini.Infatti come sappiamo (come dall’analisi dei risultati delle elezioni politiche scorse) non è univocamente determinato l’elettore –lavoratore e l’appartenenza-voto alla sinistra.
Come si potrebbe fare per ovviare a tutto cio?
Il ruolo vero di un dirigente di sinistra degno di questo nome è quello di essere punto di riferimento e stimolo di discussione politica per poi alla fine del suo compito defilarsi e lasciare a chi e riuscito ad emanciparsi,il compito di proseguire l’impegno nella lotta sociale (ricambio delle classi dirigenti).
Altro errore gravissimo è quello di portare la propria formuletta buona per risolvere qualsiasi tipo di problema,questo accade specialmente nei partiti di ispirazione pseudo-comunista a cui ricordo una frase di un “loro” illustre predecessore,tale LENIN pronunciata nel secondo congresso del PCUSS ossia ndr. “l’editto per il quale la rivoluzione sovietica deve essere esportata negli altri paesi del mondo,non è stato emanato ed anche se lo fosse stato non verrebbe applicato”.

Ultima considerazione ,credo che sia importante “affinare” la proposta politica (propaganda) sapete cari amici è importantissimo essere chiari proponendo il proprio messaggio usando semplicità ed esempi di coerenza con quanto sopra descritto,come sapete esiste anche la comunicazione empatica e non verbale, …e non è vietato sorridere ogni tanto,anzi tale pratica stimola l’attenzione e da coraggio all’interlocutore. (Berlusconi la usa moltissimo).
Bisognerebbe in fine utilizzare di più la pratica dell’umiltà,dell’ascolto dell’altro,favorire la presa di coscienza della propria condizione di Cittadini….meno convegni e più proposte e dialogo.

Ciao





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