Tanti provvedimenti un unico obiettivo: privatizzare la scuola

La chiamata diretta degli insegnanti da parte delle scuole - già prevista dalla legge Moratti e riproposta con determinazione dal disegno di legge Aprea - è una scelta di privatizzazione del sistema scolastico.
Una chiamata su base fiduciaria colpisce la libertà di insegnamento, la responsabilità più generale del processo educativo.

Tornano puntuali le ricette basate sulla concorrenza, sull'efficienza.
All'inseguimento di una mitica modernità, del "privato è bello", del merito agitato come una reliquia. Ma perché mai il merito sarebbe intercettato e premiato se il reclutamento degli insegnanti dovesse avvenire per chiamata diretta da parte della scuole invece che attraverso il reclutamento pubblico? E cosa significa concretamente la concorrenza tra le scuole? E se ci fossero delle scuole nettamente "migliori" delle altre - ma quali i parametri di questa misurazione? -, chi avrebbe la possibilità di frequentarle?

Dispiace, infatti, dover sottolineare ancora una volta che la scuola, e chi conosce questo mondo lo percepisce benissimo, non può essere gestita con le logiche aziendalistiche soprattutto per quanto attiene alla didattica, perché dell’azienda non ha la composizione, le dinamiche e soprattutto le finalità; perché i dirigenti non sono datori di lavoro e fanno fatica anche a lavorare in qualità di manager, perché i bilanci scolastici sono incerti e spesso variabili, perché i docenti si muovono con difficoltà, incalzati da più parti e rivendicano giustamente tante cose, prima fra tutte la libertà didattica e l’autonomia di pensiero quasi ultimo baluardo da difendere per un mestiere a cui progressivamente si è tentato di togliere tutto; inoltre perché la formazione dei ragazzi non è un prodotto ed è per questo che è così difficile creare una ricetta e correggere i difetti “di produzione”.
Sono convinta, infine, che la competitività favorita dalla eventuale privatizzazione delle scuole pubbliche, che in altri settori ha sì generato meccanismi virtuosi di crescita, in questo ambito porterebbe unicamente ad ulteriori irrimediabili disastri, come la creazione di scuole di serie A e di serie B, nel momento in cui la capacità economica necessaria per l’accesso ad un istituto rispetto ad un altro andrebbe a tradursi in una disparità di possibilità offerte da uno Stato, che vogliamo ancora conservare laico e pluralista, per i suoi cittadini. Soluzioni semplici o rapide evidentemente non esistono, anche perché il mondo della scuola ha necessità di metabolizzare i cambiamenti, sposarne i principi e tradurli in fatti, in comportamenti, cosa che evidentemente non gli sarà permessa a giudicare dalla velocità con cui ogni provvedimento è lanciato sul campo e poi non adeguatamente supportato, se non contraddetto o addirittura revocato. La speranza è ancora una volta quella che una nuova politica illuminata, finalmente fattiva e non soltanto “chiacchierona”, riesca ad innescare quell’
inversione di tendenza che permetta alla scuola italiana di risalire la china e ritornare ad essere la principale fabbrica culturale libera, pubblica e laica del nostro paese.


"Berlusconi vuole

"Berlusconi vuole privatizzare la scuola"
La scuola italiana, come tutta l’Italia del resto, non funziona molto. Ci sono delle aree d’eccellenza, più al nord che al sud, ma per il resto bisognerebbe mettervi mano seriamente e con un programma trasparente e, almeno nei suoi fondamentali, condiviso: ma vi è una cosa che i giovani di tutt’Italia, dal nord al sud, dalle medie all’Università, hanno subito intuito e condiviso. Meglio di gran lunga una scuola pubblica in difficoltà che una scuola privatizzata. Perché una scuola privatizzata va contro quel principio d’eguaglianza e di solidarietà che, nonostante tutto e per fortuna, continua ad albergare nel cuore dei giovani, da sempre.
Berlusconi ha tentato la vecchia strada, già sperimentata da Formigoni nel governo della sanità in Lombardia: non operare attraverso una legge di riforma che definisse gli obiettivi che il governo intendeva perseguire. Perché esplicitare gli obiettivi di totale privatizzazione avrebbero fatto perdere il consenso elettorale; ma procedere prima attraverso una campagna di stampa denigratoria verso tutto ciò che è pubblico e poi, adducendo problemi di sprechi e di fannullonismi, procedere, mediante decreti e circolari, con l’obiettivo di ridurre i finanziamenti in modo da peggiorare ulteriormente la scuola pubblica; crearvi caos e instabilità e spingere così sempre più famiglie ad orientarsi verso l’istruzione privata.
Così è avvenuto in Lombardia nella sanità dove però: la regionalizzazione della sanità - che ha consentito ad ogni regione di sperimentare un proprio modello -, gli scandali nel frattempo successi nelle strutture private Lombarde, la non condivisione del modello formigoniano da parte dei Governi dell’Ulivo e soprattutto di altre Regioni, pure a governo di centrodestra come il Veneto e il Piemonte, hanno limitato i danni e Formigoni ha dovuto rallentare il proprio intendimento di privatizzazione, nell’attesa che il governo amico di Berlusconi riprenda, su scala nazionale, il processo di privatizzazione della sanità, così come appare chiaramente dal Libro verde del ministro Sacconi.
Per questo lo smacco subito, dal ministro Gelmini, nella scuola appare particolarmente indigesto a Berlusconi. Perché ha evidenziato che su temi centrali per la vita del paese, come la scuola e la sanità, la gente è più attenta a ciò che succede di quanto Berlusconi si attendesse. La gente vuole capire dove vuoi andare e qual è il risultato finale che le proponi. Non si accontenta di una semplice campagna di stampa denigratoria e di qualche Decreto o Circolare ministeriale che incomincia a smantellare il sistema pubblico senza però dirti con che cosa lo vuoi sostituire. La gente, sui temi rilevanti per il futuro del paese che la toccano direttamente, vuole dal Governo chiare proposte di “Leggi programmatiche” che definiscano obiettivi e tempi, e non il gioco delle tre carte. E su queste proposte vuole poter discutere.
I giovani lo hanno intuito per tempo e per primi e, di questo, dobbiamo essere loro grati. Si tratta ora, da parte di tutti i soggetti che ritengono che altri modelli di società sono possibili, di non lasciare cadere la voglia di capire e di confrontarsi che questo vasto movimento, scendendo in piazza, ha mostrato nel mondo della scuola. A partire dai giovani che della scuola sentono di essere parte attiva e partecipe e che rifiutano l’idea di essere etichettati come semplici “clienti” o “consumatori”. Come una certa iconografia della destra ma anche di una parte non irrilevante della sinistra, e significativamente del PD, tende oggi a pensare. I cittadini sono parte attiva della società e non solo “clienti” o “consumatori” di uno Stato che vuole farsi solo “azienda”.
*lettera pubblicata il 7/11/08 su "La Provincia pavese"

Alberto Ferrari
Consigliere comunale di Pavia di SD





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