Il ripudio della disuguaglianza di diritto e la lotta alla disuguaglianza di fatto, sanciti dall’art.3 della Costituzione, mettono al primo posto proprio il riferimento alla diversità di genere.
La mancata realizzazione di questo principio è ben visibile in tanti aspetti della società italiana. Ma è particolarmente evidente se si osserva un’istantanea che ritrae tutte le donne italiane da poco affacciatesi sul bordo scivoloso del XXI secolo. Un’istantanea che ha, contemporaneamente, il dono della nitidezza e del contrasto: bassi livelli di occupazione cui si accompagnano, in maniera apparentemente imprevedibile, altrettanto bassi livelli di natalità. Dice insomma la fotografia, nel suo algido rigore statistico, che le donne italiane non solo lavorano poco ma che sempre di meno - e comunque sempre più tardi - decidono di mettere al mondo un figlio o di dar vita a convivenze stabili e durature. Alla precarizzazione del lavoro e alla crisi del welfare, donne e uomini (più donne che uomini) rispondono in maniera “brutale”: niente certezze, niente figli
La situazione è ora destinata a peggiorare. Quale progetto di maternità e di paternità si può costruire in un paese in cui il governo sta con tanta disinvoltura tagliando risorse e personale alla scuola? In cui si prevedono nei prossimi anni circa otto miliardi in meno per l’istruzione?
Sia ben chiaro: i primi ad essere colpiti sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze. La riduzione del tempo scuola si riflette innanzi tutto su di loro e sulle loro capacità di apprendimento. Non è necessario sprecare molte parole: proprio i famosi dati internazionali, usati spesso a sproposito da Gelmini, dimostrano il collegamento fra le opportunità offerte dai nidi diffusi sul territorio, dalle scuole dell’infanzia ben funzionanti, dal tempo pieno alle elementari e i risultati conseguiti dagli studenti nel corso degli studi. Ma non si può certo tacere l’effetto che i tagli del governo Berlusconi avranno sulle già non brillanti possibilità delle donne italiane di conciliare il lavoro e la famiglia.
L’Italia deve andare avanti, non tornare indietro se si vuole uscire dal penultimo posto in cui la relegano le statistiche dell’Unione Europea per il tasso di occupazione femminile (dopo di noi c’è solo Malta!). Vero è che i dati relativi all’occupazione femminile parlano, nell’arco degli ultimi dieci anni, di una crescita pari al 2% annuo (circa il doppio rispetto all’occupazione maschile), ma è anche vero che la presenza delle donne nel mercato del lavoro resta ancora limitata: nel 2006 il tasso di occupazione femminile è del 46,7%, pari a 12 punti percentuali in meno rispetto all’Europa dei 15; una percentuale che sale sino al 51% se si considerano le donne “attive” (13 punti percentuali in meno).
Un divario che tende ad allargarsi, sino a raggiungere i 17-18 punti percentuali in meno, quando si prendano in considerazione le donne più giovani: molte di loro, qui condividendo lo stesso destino dei coetanei maschi, tendono a ritardare l’ingresso nel mercato del lavoro e a prolungare sempre più la loro permanenza nel sistema formativo nel quale risulta attualmente impegnato l’88% dei giovani in età compresa tra i 15 e i 24 anni e in condizione “non attiva”. Un dato che farebbe ben sperare: ciò a cui i giovani puntano sarebbero alti livelli di scolarizzazione e di specializzazione, corsie privilegiate (nonché sudate) attraverso cui ottenere posti qualificati e ben remunerati. Ma la realtà contraddice, ancora una volta, la fantasia perché non di rado la prolungata permanenza all’interno del sistema formativo, lungi dal rappresentare un investimento sul “lavoro che verrà”, costituisce una sorta di limbo in cui sostare nell’attesa di opportunità di lavoro della cui esistenza sono in tanti a dubitare. Così, mentre l’ingresso nel mercato del lavoro subisce continui rimandi e spostamenti in avanti, sono molti quei giovani (il 21% tra i 18 e i 24 anni contro il 15% dell’Europa dei 25) che pur rinviando la scelta lavorativa a vantaggio dello studio neanche arrivano al diploma. E una parte di loro, inutile dirlo, è costituita da giovani donne (soprattutto meridionali), figure “fantasma” delle quali persino le statistiche fanno presto a perdere le tracce. Alcune restano a casa con i genitori, altre si sposano, altre ancora spariscono nel “sommerso” ma per tutte - a dischiudersi - è l’opaco orizzonte del lavoro domestico.
Per quanto riguarda le occupate, la maggior parte di loro appartiene alle fasce di età che vanno dai 30 ai 44 anni (l’incremento del tasso di occupazione è dell’ordine dei cinque-sette punti percentuali) e dai 45 ai 59 (+8-12%) mentre la presenza nel mercato del lavoro delle donne tra i 35 e i 44 anni risulta fortemente influenzata, soprattutto al sud, della situazione familiare. Una donna su cinque, in Italia lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Ovviamente esistono differenze territoriali. Nel Mezzogiorno, per esempio, particolarmente bassi risultano i tassi di occupazione che si registrano per le donne in coppia con figli (38%) rispetto a quelli rilevati al Centro (63%) e al Nord-est (72%). Ma anche guardando l’Italia nel suo insieme, eclatante risulta la differenza tra la percentuale di donne occupate in coppia con figli (57%) e quelle relative alle donne in coppia senza figli (75%) e alle donne singole (83%).
E allora, che fare? Tutto meno che puntare, come fa Gelmini, sulla generalizzazione, nella scuola dell’infanzia, del modello povero del maestro unico e dell’orario antimeridiano. Attualmente l’81,2% delle famiglie sceglie l’orario di 40 ore e oltre.
Tutto meno che privilegiare nella scuola primaria, come previsto da Gelmini, la formazione di classi a 24 h e con maestro unico. Oggi solo il 4,1% delle famiglie italiane sceglie l’orario minimo di 27 ore.
Tutto meno che tagliare ore, risorse, opportunità negli altri ordini di scuola. Le famiglie attribuiscono valore al conseguimento del diploma ( e molto c’è ancora da fare, come si è detto precedentemente, per raggiungere gli obiettivi europei) e si affidano, in generale, alla scuola statale, frequentata dal 94% degli allievi nella media, da oltre il 93% nella scuola superiore.
Il piano programmatico di Gelmini non è solo un attacco, neanche troppo mascherato, alla scuola pubblica in Italia. E’ un’incursione nelle spontanee scelte della stragrande maggioranza delle famiglie. Ed è, anche e soprattutto, un ostacolo al progresso della società che ha sempre più bisogno dell’impegno, dell’intelligenza, delle capacità delle donne.
* della Direzione di Sd
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quoto interamente
quoto interamente l'articolo.
Rallegrandomi che si sia finalmente capita la strategicità di asili e scuole funzionaneti per l'indipendenza femminile.
Mi permetto di segnalare che , ormai, si dovrebbe anche parlare di una questione maschile visto e cominciare a risolverla visto che :
1- il divario di 6-7 nella speranza di vita tra i due sessi
2- il crollo della scolarizzazione maschile