Qui ed ora, è il momento di farci riconoscere

Il coro è unanime: si rischia una catastrofe delle stesse proporzioni di quella del 1929. O forse più grave, ancora imprevedibile.
Nel nostro paese il disastro transnazionale della finanza deve fare i conti con una realtà dove i salari sono tra i più bassi del mondo occidentale ed assolutamente inadeguati a far fronte al continuo aumento dei prezzi. Incremento che riguarda i generi di prima necessità, a cominciare dal pane e dalla pasta che, giorno dopo giorno, rischiano di divenire addirittura beni inaccessibili per un numero sempre crescente di cittadini. Una recente indagine ha svelato che nei supermercati entrano sempre meno compratori che vi restano però più a lungo, alla faticosa ricerca dei prodotti più economici. Fenomeno omogeneamente diffuso, rilevato anche nei quartieri abitati dalla media borghesia.

Ma se da un lato vengono ridotti i consumi dei beni di prima necessità dall’altro si registra l’aumento dei consumi dei generi di lusso. La forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre di più nel nostro paese che, dopo gli Stati Uniti, registra oramai da molti anni la più larga divaricazione nel potere di acquisto dei cittadini tra tutti i paesi occidentali.
Per la prima volta, dopo varie generazioni, i figli sono destinati a fare passi indietro rispetto ai padri. Ed è soltanto il numero di questi passi ad essere ancora incerto. Fino a ieri era impensabile immaginare che ai figli potesse toccare un futuro peggiore di quello dei genitori. Oggi ognuno di noi è costretto a confrontarsi quasi con l’ineluttabilità di dover, giorno dopo giorno, arretrare e di dover lottare per conservare le posizioni raggiunte, o per cercare di perdere il meno possibile.
E i giovani hanno ragione nel gridare che la crisi non intendono pagarla loro. Si sentono innocenti perchè non l’hanno determinata. E sotto quanto si sta muovendo nelle scuole e nelle università c’è qualcosa di più di una semplice protesta contro il governo e contro i tagli e la privatizzazione del sistema dell’istruzione del nostro paese. L’”onda” è un allarme lanciato da una generazione che, alle soglie di una crisi che rischia di divenire nel prossimo futuro devastante, non vede dinnanzi a sé alcuna possibilità di futuro.
La crisi economico-finanziaria sta determinando anche un vera e propria crisi sociale e culturale. Le manifestazioni di paura, egoismo, xenofobia, e talvolta di vero e proprio razzismo – chiare e crescenti non solo nel nostro paese - non sono forse sintomi di questa crisi? Il volgersi indietro, e non in avanti, porta tutti a confrontarsi con chi sta peggio, non chi sta meglio. E lo facciamo con sospetto, e sempre più spesso con astio. Assumiamo atteggiamenti difensivi e siamo portati a vedere pericoli in coloro che sono più deboli di noi, forse anche per esorcizzare la paura di precipitare anche noi nelle loro condizioni. È in questo quadro che va letto il conflitto, come è stato definito, dei “penultimi contro gli ultimi”.
La crisi economico-finanziaria, culturale e sociale, non può non comportare anche una profonda crisi politica, con la seria messa in discussione, per la prima volta anche da parte di molti sostenitori delle teorie liberiste, del modello di sviluppo adottato negli ultimi trent’anni. E così assistiamo al salvataggio, da parte degli Stati, di imprese, banche e di interi pezzi del sistema finanziario. Cosa strabiliante, imprevista e forse imprevedibile nel mondo capitalistico se non si tenesse conto che tutto questo rischia di avvenire senza il pedaggio di contropartite per le classi meno abbienti. Senza significativi interventi strutturali e senza vere riforme economiche e sociali in favore di coloro che hanno sempre pagato di più e che, ancora una volta, rischiano di pagare più di altri la drammatica crisi che è alle porte.

Ma nel mondo sta avvenendo anche altro. A cominciare da un chiaro cambiamento della mappa dei poteri. L’Occidente sta via via perdendo il ruolo di “padrone del pianeta” svolto nel secolo scorso. In grandi paesi come Cina e India, e addirittura in interi continenti quali l’America latina - che fino a poco tempo fa chiamavamo aree in via di sviluppo - stanno avvenendo macroscopici processi di industrializzazione. Processi nei quali, però, la classe operaia non si è data (finora?) le forme storiche del movimento operaio. Sarà “la storia che si ripete”, un semplice “ricominciare da capo”, o siamo di fronte a realtà completamente inedite e tutte da scoprire, capire ed interpretare? La stessa netta affermazione di Obama deve far riflettere. E non solo e non tanto per quello che Obama ha promesso di fare, ha intenzione di fare, o sarà in grado di fare. L’aspetto che dà più speranza è l’esistenza di una moltitudine di cittadini americani che lo hanno scelto. Che hanno scelto di cambiare, che vogliono voltare pagina, che hanno gridato nelle urne le loro difficoltà. In quelle urne, a ben guardare, hanno anche confessato un grande pentimento, perchè tanti di loro negli ultimi 8 anni si erano affidati alla politica di Bush per difendersi e soffocare la paura o non erano andati mai a votare. E’ questa presa di coscienza della maggioranza del popolo americano che fa ben sperare, più che l’uomo e presidente Obama.

Per affrontare l’attuale crisi del capitalismo, e le conseguenti sfide, occorre innanzitutto una nuova classe dirigente. Dovunque, e quindi anche nel nostro paese. Una classe dirigente capace di assumersi nuove responsabilità, di parlare un linguaggio completamente diverso, e di proporre una diversa valorizzazione delle risorse, materiali ed umane. Che sostituisca, per intenderci, la parola “petrolio” con la parola “sole”, e quella “guerra” con “disarmo” e “dialogo”. Se non fosse equivoca ed obsoleta, soprattutto per quelli della mia generazione, forse sarebbe il caso di parlare della necessità di una vera e propria “rivoluzione culturale e politica”.

In questo scenario mi convince lo slogan del nostro movimento: “qui ed ora”, per dare vita ad una nuova forza politica della sinistra.  Qui ed ora, cioè nel nostro paese ed in questo momento. Subito, senza attendere ulteriori scadenze, elettorali o congressuali. Un nuovo partito che abbia le caratteristiche che stiamo da tempo indicando. In grado, cioè, di stare all’interno del cambiamento, di proporre idee nuove da cui ripartire, di superare la lacerante divaricazione tra una sinistra che si perde lungo la strada del moderatismo e una che si rifugia nelle antiche radici e che si accontenta della contemplazione di simboli museali. Un partito di sinistra che non stia per forza al governo, ma che non stia nemmeno ad ogni costo all’opposizione. Che sia, semplicemente, capace di esprimere una cultura di governo anche quando gli elettori decidono che sia minoranza. Non una sommatoria degli attuali gruppi dirigenti, né la confluenza di qualcuno dentro qualcun altro. Un nuovo luogo politico, insomma, senza un precostituito padrone di casa e, di conseguenza, senza ospiti.
Vendola ha giustamente fatto notare che “noi predichiamo il cambiamento, ma il cambiamento non ci riconosce.”  Forse è arrivato il momento di farci riconoscere.

*Direzione Nazionale Sd
Coordinatore Sd Regione Campania

 


Scusate se vado fuori tema

Scusate se vado fuori tema rispetto a questo post ma volevo segnalare una cosa che per me è molto importante. Ho notato su questo sito la pubblicità di Universitalia, società di preparazione universitaria che promette 11 esami in 10 mesi... mi chiedo e vi chiedo se sia il caso di pubblicizzare chi propugna un'idea dello studio come roba facile e senza sacrificio o applicazione costante. Io non ho nulla contro Universitalia ma domando a tutti i frequentatori di questo sito e agli iscritti a Sd se si possono fare le sacrosante battaglie contro "beata ignoranza" della Gelmini e poi indirettamente fare pubblicità a realtà che nulla hanno a che vedere con lo studio come luogo del merito e della fatica intellettuale. vorrei che qualcuno mi rispondesse. vorrei sapere chi ha deciso la sonsorizzazione di cui sopra. saluti


Raffaele Porta ha ragione ,

Raffaele Porta ha ragione , la sinistra deve farsi riconoscere, deve dare un modello di società, un modello economico sostenibile, deve urlare che bisogna abbassare le tasse alle fasce deboli , quindi per i primi 2 scaglioni di reddito. Molti esperti di scienza delle finanze da anni dicono che c'è bisogno di più fasce di reddito per quanto riguarda le imposte sul reddito delle persone specialmente per i redditi più alti. La sinistra deve farsi sentire adesso il tempo è ora per costruire un nuovo futuro ,noi lo possiamo fare





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