Proposta di programma per l’Associazione di cultura politica “Socialismo 2000”

L’Associazione “Socialismo 2000” intende rilanciare il proprio profilo di luogo di elaborazione culturale e politica al servizio della sinistra e della democrazia italiana.
Il dato di partenza non può che essere quello per tanti versi drammatico definitosi in seguito alle elezioni politiche dell’aprile 2008.
E’ scomparsa in Italia la sinistra come forza autonoma e organizzata. Un dato inusitato ed inquietante. Perché la mancanza della sinistra in Parlamento e nell’opposizione al governo Berlusconi, non è solo un problema di rappresentanza di interessi e valori, è qualcosa che lascia il sistema democratico amputato, più povero, privo di equilibrio.
La crisi della sinistra è parte di una crisi di sistema.
Quale sinistra per quale democrazia? Questo è l’interrogativo ineludibile. Che impone il ripensamento dei fondamenti e delle finalità dell’agire politico. Per non soggiacere alla spettacolarizzazione e alla personalizzazione dilagante e alla conseguente inevitabile passivizzazione delle masse, bisogna recuperare la dimensione collettiva del fare politica e la sua finalizzazione ad obiettivi alti, di emancipazione individuale e collettiva. Ma tutto questo non si può senza ritrovare capacità di analisi, dimensione etica, collegamenti di massa, prospettive a breve, a medio e a lungo periodo.
Tutto ciò richiede anche nuovi collegamenti con le sedi istituzionali della ricerca, la creazione o il rilancio di luoghi e occasioni di incontro e dibattito, un impegno che Socialismo 2000 intende assumere in sinergia con altri soggetti disponibili: Fondazioni, Associazioni, Centri di ricerca.
Socialismo è la categoria e il movimento politico che meglio può rappresentare le istanze di cambiamento e di progresso. Il solo capace di produrre una idea complessiva, politica in senso eminente, adeguata alla complessità del presente. Un’idea che sia programma, progetto di organizzazione e di sviluppo del Paese e delle istituzioni democratiche. Un progetto non vago e velleitario, ma che fa della pregnanza dei suoi referenti sociali, culturali e politici il tratto distintivo rispetto alle ideologie prevalenti oggi, particolarmente sulla scena politica italiana.
Né estremismo né moderatismo. Né nostalgie, né fughe in avanti movimentiste o radicali. Al contrario: porsi in sintonia con il meglio della cultura politica della sinistra italiana, soprattutto con la sua capacità, evidenziatasi nei momenti cruciali della storia del Paese, di assumersi responsabilità, di pensare in grande, di indicare prospettive e soluzioni. Di produrre una idea alta di governance nazionale dove l’annosa “questione meridionale” venga vista come occasione di un generale salto di qualità dell’intero sistema-Paese.
Solo di questa groβe Politik abbiamo nostalgia. Perché è questa che manca. Il ‘minimalismo’ del PD è un segno dei tempi. Non è la soluzione, ma il problema.
Per dare respiro però alla proposta culturale e politica occorre in primo luogo la formulazione di un giudizio, critico ma non liquidatorio, sulla vicenda storica della sinistra italiana, così come l’abbiamo conosciuta nel suo secolo e mezzo di vita, dalla seconda metà dell’Ottocento ai primissimi anni del Ventunesimo secolo. La rimozione è sbagliata, lo sguardo sul passato non deve essere fine a se stesso, ma non può essere eluso, come hanno fatto negli ultimi anni Pds e poi Ds, ma anche Prc, Pdci e Sdi.
Socialisti e comunisti, ma ancor prima i mazziniani e poi gli azionisti, hanno rappresentato, nel bene e nel male, tanta parte della storia d’Italia;  politica, cultura, associazionismo, mutualità, scuole di formazione e tanta passione, sacrificio, lotta per cambiare le cose. Tutto ciò va conosciuto, vagliato, giudicato, consapevoli che la storia va sempre avanti e con essa la storiografia e la cultura, ma anche che senza un accesso critico al passato non si possono affrontare al meglio le sfide del presente. L’albero senza radici inevitabilmente cade.
Così se sicuramente sono superate le ragioni che nei primi decenni del ‘900 videro la separazione fra comunisti, socialisti, riformisti, pure non sono affatto superati gli ideali e i bisogni di emancipazione e liberazione. A questi si può oggi corrispondere non con un generico ‘nuovismo’, ma riconoscendo la peculiarità del percorso della sinistra italiana, sia nella sua componente socialista, che in quella comunista; un percorso che non è mai stato grettamente ‘politicista’, ma informato al contrario ad un’idea di politica e di progresso volti alla realizzazione di un superiore livello di civiltà e di umanità.  
Tradizione e innovazione devono trovare un equilibrio alto nella ridefinizione dei fondamentali: autonomia e organizzazione. Categorie politiche che a loro volta richiedono il sostegno di una adeguata visione internazionale: della globalizzazione, degli equilibri mondiali, dell’Europa; ma anche da un’idea di democrazia conflittuale e dell’alternanza, l’unica davvero capace di accreditare la sinistra come reale alternativa alla cultura e alla pratica politica incarnata dalla destra e subìta dal centro-sinistra. Il PD va infatti sfidato proprio sul tema della democrazia. Occorre rendere chiaro all’opinione pubblica che non si tratta di una querelle fra “radicali” e “riformisti”, ma di una alternativa di progetti politici, uno solo dei quali davvero volto a cogliere le esigenze profonde del nostro sistema politico.
Alla definizione della peculiarità e dell’autonomia di un punto di vista di sinistra saranno finalizzate le nostre ricerche, i seminari, le attività di studio e di elaborazione.
Del resto è questa una ricerca che da dopo il 1989, con la fine del comunismo, ma anche in presenza della crisi delle esperienze di “terza via” di importanti partiti riformisti, attraversa e coinvolge tanta parte della sinistra e del socialismo europeo e internazionale.
Un nuovo socialismo, all’altezza delle sfide del XXI secolo, deve avere l’orgoglio della sua missione. Autonomia organizzativa, sia pur nella disponibilità al dialogo con le forze progressiste e democratiche, ma anche l’orgoglio del proprio patrimonio teorico e culturale. La critica dell’ideologia è infatti sistematicamente ideologica. Ha nascosto negli ultimi decenni quell’operazione egemonica dell’establishement conservatore americano ed europeo, che è stata causa non ultima di quella crisi finale della sinistra dentro la quale siamo precipitati.
E invece socialismo vuol dire affrontare, alla luce anche della differenza di genere, i termini nuovi delle classiche contraddizioni dello sviluppo: tra capitale e lavoro e tra ambiente e produzione, ma anche quelle legate agli enormi squilibri tra ricchi e poveri. Assumere il lavoro dipendente come punto di riferimento per qualsiasi azione organizzata, vedere nel conflitto un dato permanente in una società in cui si produce plusvalore e dove si pone quindi il problema di una equa redistribuzione delle ricchezze prodotte, procedere a politiche nuove di integrazione, salvare lo stato sociale, procedere a un riequilibrio tra nord e sud del mondo, nuove politiche femminili e giovanili, questi possono essere alcuni capisaldi di un ripensamento strategico, inteso non come sommatoria di problemi che si aggiungono gli uni agli altri, ma come tentativo di ricomposizione di una analisi e quindi di una iniziativa e di un programma.
La globalizzazione  neoliberista di quest’ultimo ventennio ha accentuato tutte le disuguaglianze e tutti gli squilibri. Il profitto di pochi è stato elevato a unica misura di giudizio riportando indietro le lancette della storia, all’epoca di un capitalismo selvaggio e senza regole: il liberismo mostra tutto il suo volto feroce senza un forte contrappeso democratico e socialista. D’altro canto la storia dell’Ottocento e del Novecento è anche la storia dei fallimenti del liberalismo e del liberismo, dalla crisi italiana della fine dell’Ottocento, alla prima guerra mondiale, dalla crisi del ’29 fino alla devastante crisi economica attuale,
La politica liberista è di per sé oligarchica e negatrice di ogni forma di solidarietà, aggressiva perché fondata soltanto sulla massimizzazione ad ogni costo del profitto, della rendita, dello sfruttamento.
Ripensare il socialismo significa dunque, ancora, lavorare ad una ipotesi di civiltà radicalmente diversa da quella proposta dalla classi dirigenti attuali: una civiltà in cui il potere politico non sia concentrato in poche mani, in cui lo sviluppo venga sostituito dal progresso, in cui si possa riprendere in forme nuove una prospettiva razionale di incivilimento e di perfettibilità del genere umano, oltre che naturalmente di pace e di giustizia sociale, dando nuovi contenuti a idee di libertà, solidarietà ed eguaglianza, recuperando pur attraverso il tema delle differenze, una prospettiva universale di avanzamento del  genere umano.
Porsi questi problemi non significa attardarsi su vecchie ideologie.
Al riguardo anzi colpisce la riscoperta del valore delle ideologie da parte di opinion makers non collocabili nella sinistra cosiddetta radicale. Così un opinionista critico del vecchio ideologismo come Giancarlo Bosetti scopre ora, ragionando dell’ennesima vittoria di Berlusconi, la “destra popolare e votata dai poveri”, di contro alla “sinistra elitaria cara ai ricchi”. Ma che cosa se non il vacuo nuovismo della sinistra post-1989 ha portato a questo? Tanto più che Bosetti oggi riscopre il valore, anzi l’importanza dell’ideologia: “all’elemento economico la politica deve associare l’elemento persuasivo e narrativo. Non basta esser concreti bisogna essere astratti”. A ben vedere il problema di sempre: teoria e prassi, economia e politica; da affrontare certo in termini nuovi, ma essendo agili abbastanza da approfittare del fatto che, finalmente, anche i settori moderati della sinistra sembrano realizzare che di mero pragmatismo si può morire. 
Anche un sottile giurista come Natalino Irti ha recentemente parlato di “eccezionale importanza delle ideologie, cioè di posizioni di pensiero che, indicando fini complessivi e disegnando cammini storici, raccolgono in unità le disperse scelte, suscitano fedi e vincoli di lealtà”. Aggiungendo anzi, assai opportunamente, che a differenza di altri paesi, in cui maggiore è il patriottismo costituzionale o il senso civico tout court, particolarmente l’Italia con “la povertà della sua storia nazionale”, ha bisogno della “forza costitutiva e identificatrice delle ideologie”.
Qualcosa dunque sembra cambiare a livello di senso comune. Noi a queste tendenze, magari appena accennate ma significative, intendiamo riservare particolare attenzione.
Tanto più che la chiave di volta dello sfondamento culturale della destra di questi ultimi quindici anni sta proprio sul piano della cultura, dell’ideologia, della costruzione del consenso. Che Berlusconi continui a vincere, nonostante altrettanto regolarmente fallisca nell’opera di governo, si spiega solo così. La sconfitta elettorale del suo schieramento non riesce a scattare (caso unico in una democrazia occidentale) per il combinato disposto dell’uso aberrante dei mezzi di comunicazione e della sistematica incapacità della sinistra italiana di costruire le condizioni di una autentico alternativa politica e di governo.
Del resto il fenomeno non è solo italiano. Con riferimento proprio al pesante ciclo di egemonia conservatrice in atto, Susan George ha acutamente parlato di “gramsciani di destra”, a cominciare dai “Chicago Boys”, che già all’inizio degli anni ‘70 avevano realizzato che per “difendere il capitalismo” era indispensabile “diffonderne i valori nelle università, nei media, in tutte le arene culturali in cui le idee si formano e vengono legittimate”.
Anche il tema della laicità richiede di essere ragionato ed affrontato nella giusta prospettiva. Ad un clericalismo invasivo e spesso volgare non si può opporre un laicismo velleitario e minoritario. Sarebbe un modo di rimanere entro i termini della crisi. La prospettiva giusta può essere solo quella capace di porre a tema i termini nuovi dei processi di secolarizzazione. Il processo come tale è ineluttabile. Un pensatore del calibro di Emanuele Severino interpreta la nostra estrema modernità come l’epoca della “distruzione” di tutti gli “assoluti” (dunque fedi, ideologie, ecc.), “di tutte le forme della tradizione occidentale”.
Ma c’è un punto delicato che bisognerà porre al centro di una riflessione approfondita e impegnativa. L’ineluttabilità della secolarizzazione non significa affatto un mondo pacificato e  tollerante. Al contrario assai alto, per un periodo imprecisato, sarà il pericolo di fenomeni di rigetto. Del radicalizzarsi e incarognirsi di forme di reazione di singoli e istituzioni non disposti a farsi espellere dal futuro. Fra il nuovo che non nasce e il vecchio che non vuole morire, questa è la nostra condizione. Classica condizione critica. Cioè di crisi.
Ci pare quindi necessario assumere la consapevolezza che secolarizzazione non significa affatto “fine delle ideologie”; se ci si illude in tal senso accade poi che le ideologie ‘si vendicano’ e ritornano in forma di fondamentalismo, sia quello islamico, sia quello occidentale, di certo cristianesimo reazionario o di entità nazionaliste. Riflettere su questo servirà ad una sinistra che non crederà quella in atto una ineluttabile reconquista, che non si chiuderà in disperate forme di anticlericalismo o ateismo, ma declinerà ad esempio una laicità nuova, coraggiosa, consapevole che il tempo è dalla nostra parte, anche se la contingenza impone sfide difficili e all’apparenza contro-tendenza.
Ma al contempo una analisi giusta dei processi in corso, ci aiuta a capire che certi ritorni fondamentalisti e neotemporalisti altro non sono che indizio di un profonda crisi della classi dirigenti. Con la Democrazia cristiana certe scene di prostrazione della politica davanti all’autorità ecclesiastica non si sono mai viste. Il punto è allora che con la fine dei grandi partiti di massa si sono interrotti i canali di formazione e selezione della classe dirigente. Non più antifascismo, costituzione, democrazia, laicità sono stati i valori di riferimento, ma si seleziona il personale politico per cooptazione, servilismo, quando non vero e proprio mercanteggiamento. Ciò che prima poteva essere l’eccezione oggi è la regola.
Anche questo intendiamo per crisi di sistema. E per questo riteniamo che una adeguata cultura laica debba essere capace di individuare una via di uscita. Riscoprire le autentiche “radici dell’Europa”, che sono laiche come religiose, che rimandano alla tradizione del movimento liberale, cattolico democratico e socialista. Nessuno ha il monopolio dell’identità europea. L’identità europea è la sua diversità. Nel corso dei secoli si è riusciti a superare le guerre di religione, come la più recente guerra civile europea con la democrazia, nel senso ampio di tolleranza, rispetto dell’altro, disponibilità all’ascolto.
Se questo è il campo per molti versi decisivo, occorre tornare a ragionare di “egemonia” e soprattutto tornare a produrne.
Tanto più che ormai, particolarmente in Italia, la visione del mondo propria delle imprese è divenuta senso comune. E’ passata la convinzione che solo la cultura d’impresa, divenuta cultura di governo, può assicurare una governabilità di sistema adeguata ai tempi di una concorrenza sempre più spietata. L’intero quadro di riferimenti della sinistra è stato travolto da ciò. Non a caso autorevoli rappresentanti di quella che fu la sinistra parlano senz’altro di cittadino-consumatore e cittadino-utente; né a caso sono state assunte parole d’ordine come “governabilità” o “decisione”, piuttosto che quelle classicamente democratiche di “partecipazione” e “rappresentanza politica”.
Critica dell’economia e critica dell’ideologia devono andare insieme. E certo dovrà trattarsi di una critica del capitalismo nella sua forma attuale, non solo di distruttore di risorse materiali e umane, ma anche delle condizioni stesse di sopravviveva del pianeta. In questo senso la sinistra non potrà rinascere se non sarà rosso-verde.
Nell’epoca della globalizzazione un nuovo “patto sociale” fra determinati settori del capitale e lavoro è indispensabile, ma un nuovo patto fra intellettuali e politica lo è altrettanto. E solo il socialismo può far incontrare tutte queste linee in un progetto politico adatto “al giorno e all’ora” dell’Occidente più avanzato. Che poi significa arginare l’‘anarchia’ del capitale totale con un ritorno forte della politica (in alternativa alla guerra, al terrorismo, al fondamentalismo) e con una riforma della democrazia, del suo modo di funzionare, della sua capacità di rappresentare e anche selezionare gli interessi, di imporre il primato dell’interesse generale.
Il mondo così com’è oggi diventerà presto ingovernabile, più di quanto non sia già intollerabile. Fame, ingiustizie, distruzione ambientale sono oggi fuori controllo. Le migrazioni bibliche dal Sud al Nord del mondo sono l’epifenomeno di un drammatico passaggio di fase planetaria che solo un movimento capace di pensare globalmente e agire globalmente può tentare di affrontare e governare.
Questo per noi significa oggi socialismo. E per questo è importante il raccordo con i luoghi politici nei quali in Europa e nel mondo si discutono questi temi, dal socialismo europeo all’Internazionale socialista.
Come scrive Chantal Mouffe “negli ultimi decenni le frontiere tra sinistra e destra sono diventate sempre meno nette. Ma questo, invece di creare le condizioni per una più matura democrazia, sta dando origine in numerose società occidentali a una perdita di legittimità delle istituzioni democratiche”. Si deve trarre conseguenze radicali da questa tendenza fondamentale dei nostri tempi. Evidentemente l’indistinzione, il ‘buonismo’, la logica ‘bipartisan’, minano la democrazia, non la esaltano. Tanto più in un paese come l’Italia dove l’interlocutore dovrebbe essere Berlusconi, cioè una destra reazionaria e oltranzista, nata fuori della cultura democratica e antifascista. Tornare a rendere “nette” le differenze fra destra e sinistra, anzitutto sul piano della cultura poitica, è dunque un atto dovuto, una scelta di responsabilità, la sola capace di promuovere la causa della sinistra garantendo difesa della democrazia e promozione della giustizia e della libertà.
Socialismo 2000 intende situarsi in questo crocevia fra ricerca e proposta, cultura e politica, come la sinistra italiana nei suoi momenti migliori ha dimostrato di saper fare. L’opera è improba ma necessaria: nutrire la politica con la riflessione, fornire materia di discussione e di analisi, ricongiungere intellettuali e popolo, tornare a parlare il linguaggio della responsabilità e della consapevolezza attraverso il ricongiungimento della prassi con la teoria.


Le parore che mi colpiscono

Le parore che mi colpiscono di più nel testo sono autonomia ed organizzazione. Credo che il riassestamento di tutto il sistema politico, con la conseguente marginalizzazione della Sinistra, debba far riflettere tutti sulla necessità di ripensare la Sinistra, attraverso un percorso prima culturale e poi politico, sulle ragioni della presenza politica di una forza che si richiami ai valori storici del Socialismo e della sinistra.
Ma non ripartendo dalle esperienza locali o amministrazioni, compagni, coacervo di contraddizioni nè da un riassestamento di un gruppo dirigente che ha mostrato debolezza e non forza.
Bisogna assolutamente ripartire dalle ragioni della presenza politica di una forza di sinistra nella società, nel mondo del lavoro, con una giusta critica anche delle esperienze sindacali, ed una riflessione sul senso dell'agire politico internazionale.
Oggi, nel mondo, serve dare forza ad una Sinistra politica autonoma ed organizzata, e serve collegare l'agire politico ad un orizzonte strategico.
La sopravvivenza e la marginalità o la subalternità devono essere rifiutate.
E sorpattutto è necessario mostrare coerenza e moralità nel nostro agire politico, cercando di ridare fiducia ad un elettorato che possa ritornare a pensare che la Sinistra sia anzitutto coerente e di alto profilo morale.

Massimiliano Bencardino





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