L'antiberlusconismo serve o no? La domanda che sta attraversando il dibattito del più grande partito di opposizione, e che fa bella mostra di sé in tutti i maggiori quotidiani, è una domanda priva di senso politico e carica di strumentalità. Non a caso ricorda quella sull’anti-americanismo, citato per bollare come insensate le critiche alla politica di quel paese: tutti i giorni della guerra in Iraq sono stati segnati esattamente da quel ritornello.
Anche in questo caso, definire le critiche alla politica del governo in carica come pregiudizio nei confronti del suo leader, è un arma usata per depotenziare i giudizi negativi.
Ma l’accusa è debolissima per chi voglia guardare e confrontare i problemi delle persone e del sistema paese con le scelte assunte e quelle annunciate dall’attuale maggioranza politica.
Lo scarto tra l’uno e l’altro è talmente grande da meritare una opposizione sociale e parlamentare priva di imbarazzo.
Se poi il punto è che ai NO devono seguire idee per proposte alternative, anche in questo caso le proposte non possono svicolare da giudizi netti: non si può oscillare tra l’opposizione dialogante e l’anti-berlusconismo esitante.
Per intanto tutte le scelte fin qui realizzate dal governo Berlusconi in campo economico e sociale smontano un pezzo alla volta norme e provvedimenti dei due anni precedenti del governo Prodi.
Alla norma prevista in Finanziaria per aumentare salari e pensioni attraverso detrazioni fiscali il governo in carica risponde programmando la loro riduzione con un tasso di inflazione ridicolo. Alle norme del precedente governo varate per contrastare la precarietà e favorire i rapporti di lavoro stabili, il Governo in carica risponde con nuova precarizzazione e l’inerzia totale di fronte alla grave crisi industriale, i cui esiti si sommeranno alla crisi occupazionale già denunciata ieri dall’ISTAT. Alle norme per eliminare lo scandalo degli incidenti sul lavoro risponde schiacciando l’occhio alle imprese che avevano chiesto meno restrizioni e meno sanzioni. E via così…si potrebbe continuare all’infinito mettendo uno a fianco all’altro i problemi del paese, i bisogni delle persone e la concretezza dell’agire politico di un governo che non nasconde il proprio carattere e il proprio profilo.
Perché mentre crollano le borse e Tremonti denuncia la fine del mercatismo, in realtà le scelte del governo sono sostanzialmente ispirate da una cultura liberista che affida al mercato (vedi la scuola) settori che per missione hanno il compito di produrre beni pubblici: ora la logica della domanda e dell’offerta può valorizzare beni individuali, non di sicuro beni collettivi perché la valutazione tra costi e ricavi, se il prodotto è la salute o l’istruzione, va per forza sottratta alla ragioneria.
Oggi a completamento di tutto ciò appare chiaro che l’aggressione del governo è indirizzata nei confronti del profilo confederale del sindacato italiano, sindacato generale solidale e universale.
Il sindacato italiano è tra i più forti d’Europa; non è in calo di iscritti al contrario di tanti paesi europei. Ha costruito la propria storia confidando nella confederalità, fuori dalle corporazioni e dai recinti corporativi dei sindacati lobbisti propri di altri paesi.
Il peggioramento delle condizioni materiali delle persone ne ha minato il consenso, ma non di meno il sindacato italiano confederale rappresenta uno dei soggetti fondamentali della dialettica democratica. Niente a che vedere con l’accusa di dipendenza dai partiti che in modo strumentale ed interessato più che mai oggi gli viene rivolta.
Si tratta di una accusa che prevalentemente si consuma nei confronti della CGIL, nel momento in cui la CGIL non rinuncia a svolgere il proprio ruolo di rappresentanza sociale: vale per l’Alitalia e vale nei rapporti con Confindustria, così come è valso nel contratto del commercio.
Perché questo è il punto. La cultura politica che ispira le scelte economiche e sociali del governo, abbiamo avuto modo di commentarla nel dettaglio in altri articoli. Oggi è importante far emergere come quella cultura politica riconosca nella CGIL, e dunque nella cultura sindacale e democratica che essa esprime, il proprio avversario.
Per la stessa ragione la CGIL non potrebbe accettare quel cambio di pelle che le viene proposto con convinzione da Sacconi e dalla Confindustria: la trasformazione cioè da sindacato generale e solidale, soggetto di contrattazione collettiva, autonomo da imprese e governo, in sindacato di servizi: un pezzo della terziarizzazione dello stato. La CGIL non può accettare per la sua propria natura un patto neocorporativo. E’ proprio un’idea diversa di democrazia e di ruolo dei soggetti collettivi e dei corpi intermedi: l’anti-berlusconismo non c’entra per niente.
Naturalmente non si può sfuggire a domande sulla prospettiva dell’unità sindacale.
CISL e UIL hanno da tempo scelto un altro modello di sindacato. In questo non c’è un giudizio, ma una presa d’atto che rende evidente la possibilità di un’azione comune sindacale - la piattaforma presentata alla Confindustria - ma rende impossibile al momento la condivisione della piattaforma di Confindustria.
La situazione è troppo seria, in primo luogo per l’Italia, per rinunciare a giudicare le cose per quelle che sono: per i partiti dell’opposizione del centro sinistra il punto non è quello di scegliere se stare con la CGIL o con la CISL o UIL.
Servirebbe dotarsi di un giudizio di merito sulle cose, sulle proposte, sui bisogni delle persone e del paese come antidoto ai posizionamenti che non aiutano nemmeno a ricostruire l’unità sindacale come valore democratico.
- Login o registrati per inviare commenti














Non vorrei farla troppo
Non vorrei farla troppo lunga,ma sembra ormai evidente che con i governi berlusconi CISL e UIL si rendono supini ad una logica di impoverimento dei diritti dei lavoratori.
Si fanno allettare ad una logica sindacale di gestione e privilegio di classe,perchè a differenza di quello che si crede esiste anche la classe sindacale,contribuiscono ad agevolare quelle politiche che non accetterebbe nessun sindacato degno di questo nome.
La legge 30 non è stato un caso,chi si era illuso che CISL e UIL avevano compreso i danni prodotti da queste leggi si è sbagliato,il decreto 112 del Luglio di questo hanno è stata l'ennesima picconata ai residui diritti,senza che queste sigle abbiano mosso un dito.
Si firmano accordi separati e non si rispettano le piattaforme unitarie stilate prima dell'avvento del governo Berlusconiano.
Parlare di possibile unità è diventato ridicolo,la linea sindacale che CISL e UIL seguono è chiara e si manifesta ogni volta che l'occasione politica lo permette.Ormai la triplice è composta dall'UGL che entra a pieno titolo in tali logiche,anche se la logorroica segretaria sembra fare intendere il contrario.
rosario mastrosimone Alla
rosario mastrosimone
Alla luce di quanto avvenuto ieri, con altri 6 morti sul lavoro, io credo che la "vivibilità" dei lavoratori
sia in serio pericolo, e in quel termine includo la sicurezza sui luoghi di lavoro, i salari troppo bassi,
i diritti continuamente messi in discussione etc etc
Da 15 anni a questa parte, con l'ingresso in politica di
uno dei piu' grandi "capitalisti" al mondo per la classe
operaia, sindacati compresi, sono iniziati tempi duri e cupi, la situazione generale è sotto gli occhi di tutti,
"Sinistra" pressochè sparita, sindacati che vengono messi seriamente in discussione, classe operaia in ginocchio, classe politica, quella nostra assente, visto che a far da rompicoglioni al Governo c'è rimasto il solo Di Pietro, mala tempora currunt...
le logiche di confindustria
le logiche di confindustria cercano di rendere subalterno il valore del lavoro alle pure logiche di mercato di domanda e di offerta (molto influenzata dal dumping sul costo del lavoro praticato dai paesi non ancora auto-regolati democraticamente).
Questo, se dal loro punto di vista è comprensibile, non può certo esserlo dal punto di vista degli interessi generali del Paese, che ha bisogno di industrie e aziende sane con dipendenti qualificati, pagati e tutelati il giusto, e tanto meno può esserlo per il sindacato.
senza voler santificare il sindacato e quindi neanche la CGIL, che ha come è naturale meriti e demeriti, la posizione assunta da CGIL in questo caso (e anche su ALITALIA, sia pure in modo molto meno limpido per come la vicenda è iniziata e si è conclusa) lascia ben sperare nel recupero di una certa lucidità, nel senso che pare esserci la consapevolezza che certi bisogni sociali non possano essere lasciati privi di rappresentanza perchè altrimenti le cose potrebbero diventare complicate e/o pericolose. insomma, tutto sommato è un gioco delle parti che, meglio che niente, va bene.
dall'altra parte CISL e UIL si sono invece ormai chiaramente e definitivamente appiattite su una logica di alleanza - sottomissione alle logiche di confindustria, sostenute anche dal governo in carica.
per cui se anche CGIL si appiattisse su queste posizioni di colpo tanti cittadini (che pagano regolarmente le tasse) si ritroverebbero immediatamente non più rappresentati, oltrechè sul piano politico anche sul piano sociale e questo porterebbe a una situazione sicuramente molto molto negativa e pericolosa per tutto il Paese.
quindi penso che sarebbe meglio che ognuno(CISL e UIL comprese), facesse la propria parte, confindustria la propria, il sindacato la propria altra e il governo come di dovere a regolare e mediare, ma si sa, questo sarebbe in un Paese Democratico "normale" dove le regole sono abbastanza certe e gli interessi in gioco abbastanza evidenti(Francia, Germania, ecc...), ma ormai in Italia non è più così .... il nostro scopo oggi (anche quello della CGIL) realisticamente può essere solo quello della testimonianza di una coscienza di civiltà, rispetto e democrazia che sembra perduta.
andrea f