Federalismo fiscale: il rischio di sancire l’Italia a due velocità

n principio fu la riforma del TitoloV della Costituzione approvata dall’allora maggioranza di centro sinistra e poi confermata dal referendum popolare del 7 ottobre 2001. In quella sede furono radicalmente modificate le attribuzioni delle competenze tra lo stato e le regioni e, con la nuova formulazione dell’art. 119, furono poste le basi per il federalismo fiscale rimandandone l’effettiva operatività alla emanazione di una apposita legge ordinaria di attuazione.
Il centro destra, ritornato nel 2001 al governo del paese, non si accontentò di quel che era stato fatto e varò la cosiddetta “devolution”, una legge costituzionale che, modificando l’intera II parte della Costituzione, cambiava  di fatto i caratteri dello stato introducendo l’elezione diretta del premier, il monocameralismo, l’istituzione del senato federale e accentuava il federalismo attribuendo maggiori poteri e funzioni alle regioni. La “devolution” fu sottoposta a referendum confermativo e venne clamorosamente bocciata nella consultazione del 25 e 26 giugno 2006. 
La sconfitta dei propositi eversivi di disarticolare lo stato democratico non è servita a frenare le spinte federaliste che, grazie anche alla forza elettorale guadagnata dalla Lega alle scorse elezioni di aprile, hanno imposto la centralità del federalismo fiscale nell’agenda dell’attuale maggioranza di governo.
Un apposito disegno di legge, proposto da Calderoli, sarebbe dovuto arrivare in Consiglio dei Ministri per la metà di questo mese, ma appare certo un rinvio per la necessità di comporre il disaccordo che si registra tra i ministri del centro destra. Prima in nome delle ragioni del Sud è venuto l’altolà del ministro per le Regioni Fitto, poi i ministri di AN hanno dichiarato la propria indisponibilità a sostenere un impianto che dovesse risultare penalizzante per il Mezzogiorno.
La materia, riguardando un diverso assetto della finanza pubblica, è tosta. Nella maggioranza puntano a rappresentare tutto: le ragioni di chi vuole il federalismo fiscale e quelle di chi lo osteggia, le rivendicazioni del nord e le paure del Sud. Ad ogni modo quello che potrebbe eventualmente venire a mancare nell’ambito della maggioranza può essere agevolmente recuperato dal versante della opposizione. I ministri della Lega vedono a portata di mano la possibilità di conseguire uno storico obiettivo e per questo non lesinano gli sforzi ed i contatti. Sono finanche andati alla festa democratica di Firenze a spiegare la bontà e la ragionevolezza della proposta che sarà avanzata e lì hanno riscontrato larghe disponibilità. Il sindaco di Torino Chiamparino, ministro ombra delle riforme per il federalismo, ha giudicato la bozza Calderoli una utile base di confronto e su questa linea si sono espressi tanti sindaci e governatori del PD, considerando l’iniziativa del governo una occasione da cogliere per affermare gli interessi delle autonomie locali. I ministri del federalismo andranno anche al Sud per spiegare che il federalismo serve anche al Mezzogiorno e che le preoccupazioni emerse non sono per niente giustificate.
Ma è davvero così?
La bozza Calderoli non è nota, se ne conoscono solo alcune anticipazioni, peraltro nel quadro di una continua evoluzione. Non è chiaro come sarà articolata la finanza pubblica, quali saranno le fonti di entrata per i diversi enti. Da quel che è finora emerso dovrebbe derivarne un impianto che assegna ai comuni il tributo sulla casa e sugli immobili, alle province la tassazione sulla mobilità e le automobili e alle regioni, sulle quali si concentra la spesa per scuola e sanità, una non meglio precisata tassa sui servizi alla persona. Tutto questo richiede di por mano ad una gigantesca opera di scomposizione e ricomposizione, anche di classificazione statistica, della tassazione ricercando un diverso equilibrio tra imposte dirette ed indirette e ridefinendo su base territoriale il gettito proveniente da imposte quali IRPEF, IRPEG, IRAP e la stessa IVA. Ma riportare tutto ai territori, dove non è uniforme il volume della produzione realizzata e nemmeno il livello del reddito, comporta il rischio che si determinino basi imponibili fortemente differenziate e, conseguentemente, che si acuisca il divario tra regioni ricche e regioni povere.
Serve perciò un fondo di perequazione, che peraltro è previsto dallo stesso art.119 della Costituzione, per trasferire risorse dalle regioni più ricche a quelle più povere. Ma chi gestisce e con quali criteri? E qui già divampa il contrasto tra chi vuole una perequazione orizzontale, cioè gestita direttamente dalle regioni senza alcun intervento regolativo dello stato, e chi pensa ad una perequazione verticale, cioè affidato allo stato.
C’è poi la partita delle regioni a statuto speciale che ricevono molto di più di quelle a statuto ordinario e dei trasferimenti dallo stato agli enti locali finora regolati dal criterio della “spesa storica”, che è stato causa del sedimentarsi di sprechi ed inefficienze proprio perché costruito esclusivamente sui volumi della spesa senza alcun tipo di valutazione di qualità e di efficacia. Per ovviare a tutto questo è stato ipotizzato di riorganizzare i trasferimenti in base al criterio degli indicatori standard di spesa, per cui una prestazione della pubblica amministrazione deve costare allo stesso modo in tutto il territorio nazionale. Ma ci vuole tempo per arrivare a definire gli standard : da un anno si è passati ad ipotizzarne tre, poi cinque.
Ecco, il punto è proprio questo delle modalità e dei tempi. L’impressione è che la Lega, proprio per le grandi difficoltà che vanno emergendo, piuttosto che a definire un impianto legislativo completo ed organico preferisca puntare all’approvazione in tempi brevi (entro Natale) del disegno di legge di delega al governo, in modo da sancire subito il passaggio al nuovo regime, per poi risolvere successivamente attraverso decreti delegati i tanti problemi che ci sono. Un processo lungo e tortuoso e il rischio che si produca l’ennesimo grande pasticcio.
Quel che conta, però, è pervenire ad un diverso riparto delle entrate.
Qualcuno (la CGIA di Mestre) ha provato a fare i conti e i risultati dovrebbero indurre tutti quantomeno ad una maggiore riflessione.
Le regioni del Nord si ritroverebbero con più soldi rispetto al passato e quelle del Sud con molti di meno, col rischio concreto della bancarotta. Cambierebbe la partita di giro tra stato e regioni (al netto delle nuove attribuzioni trasferite): allo stato arriverebbero circa 60 miliardi in meno e alle regioni 60 miliardi in più. Tra queste sarebbero avvantaggiate le regioni “più virtuose”, cioè quelle dove oggi, con l’attuale sistema, il gettito delle “tasse regionali” copre gran parte della spesa pubblica. Prima sarebbe la Lombardia, dove lo stato copre appena il 35, 4% della spesa pubblica della regione, poi il Piemonte con il 46,3%, il Veneto con il 47%. Agli ultimi posti finirebbero il Molise con il 75,8%, la Calabria con il 77,7% ed infine la Basilicata con il 78,4%. Inoltre  rischierebbero di collassare la generalità dei comuni del Mezzogiorno dove diffusamente si registra un saldo negativo tra entrate proprie  e spesa corrente.
E’ la mappa di un’Italia a due velocità che è il vero obiettivo dell'azione della Lega.
Bisognerà aspettare che sia nota la proposta del governo per esprimere giudizi più precisi ed argomentati. Da quanto è emerso finora appaiono del tutto ingiustificate le aperture che sono venute dal PD e dall’opposizione presente in Parlamento e talvolta anche da qualche esponente della sinistra.
Serve allora una maggiore prudenza e soprattutto, anche su questa materia, è necessario che la sinistra batta al più presto visibili colpi con posizioni autonome e una iniziativa nel paese.

*della Direzione di Sd





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