L'inchiesta, la condizione dei lavoratori e la trasformazione della società

Liberazione L’inchiesta come primo gradino di un sindacato che prova a tornare nei luoghi di lavoro allude certamente alla trasformazione. E’ questo il primo valore aggiunto del lavoro della Fiom. E credo che anche il mondo politico della sinistra debba confrontarsi con questo strumento, teorizzando in qualche modo la sua generalizzazione.

Ferrero Oggi abbiamo un problema di inchiesta su due versanti. Il primo riguarda la struttura del lavoro. Larga parte del dibattito che c’è stato sulla composizione di classe in questi anni, infatti, è sostanzialmente falso. Cito tutta la propaganda sul lavoro autonomo. Oggi scopriamo che il lavoro salariato e l’aumento dell’universo femminile e degli operai nel lavoro salariato c’è eccome. Sul versante dell’inchiesta operaia in quanto tale, secondo me semplicemente senza di questa non riesci a far politica. Il problema che io vedo dal punto di vista di una organizzazione politica, immagino sia simile dal punto di vista di una organizzazione sindacale, è di come da un lato riesci a generalizzare l’inchiesta, e quindi a far si che abbia un carattere fisiologico il fatto di fare l’inchiesta come condizione per conoscere e, dall’altra, come l’elemento dell’inchiesta venga incorporato nella tua modalità di iniziativa politica e sindacale. In anni in cui la presenza del sindacato nei luoghi di lavoro era più consistente, in qualche modo l’elemento dell’inchiesta come organizzazione c’era, pressoché quotidianamente, nella modalità fisiologica di fare politica e di fare sindacato. Oggi il punto che l’inchiesta, questa, ci rimanda è di come sovente l’elemento della prestazione lavorativa, cioè di come la gente lavora, quindi non solo le grandi variabili tipo la precarietà e il salario, rischia di rimanere fuori o di essere una parte minima dell’attività sindacale e di essere molto gestita dal datore di lavoro. Centralità dell’inchiesta, quindi, ma sapendo che c’è anche il punto dell’inchiesta sul versante strutturale che dice molto e di come l’inchiesta di parte operaia riesca a diventare pratica quotidiana di lettura quotidiana del tuo fare sindacato nel tuo fare politica e torna a mettere la condizione lavorativa concreta al centro dell’iniziativa sindacale e politica che a me pare essere la cosa che manca moltissimo.

Cremaschi L’inchiesta ha rappresentato lo strumento di espressione di centomila lavoratori. Consideravamo ottimistica l’idea che distribuendo 400mila questionari arrivassero centomila risposte. E invece sono arrivate. Compilare il questionario non era semplice. Più di cento le domande a cui bisognava rispondere. Ci voleva una riflessione. Quindi credo che la cosa più significativa sia il bisogno di parlare che hanno espresso una parte dei lavoratori. Detto questo è bene sottolineare due cose. Primo, che questa inchiesta è stata condotta quasi tutta in aziende sindacalizzate. Quindi in un certo senso il quadro che viene fuori è migliore di quello reale. Metà dei lavoratori che hanno risposto non sono iscritti al sindacato, ma fanno parte di aziende sindacalizzate, dove si svolge la contrattazione integrativa, e c’è un certo controllo e attività sindacale. Eppure esce un quadro così negativo. Ecco, quindi che se il dato viene spalmato su tutta la società si impone una riflessione ben più profonda di quella che puoi fare mettendo in fila il dato sul salario medio dei metalmeccanici, di 1.200 medie al mese. C’è un abbattimento dei salari di tutti. Il post-fordismo non esiste. Se per post-fordismo si intende che siamo entrati in una fase in cui l’organizzazione del lavoro è in grado di promuovere l’indipendenza del lavoratore e il lavoratore si trova poi davanti un sindacato vecchio e burocratizzato, questa tesi non è suffragata dai fatti. Con l’incheista abbiamo verificato una condizione in cui l’organizzazione del lavoro è semplicemente diventata più oppressiva. Secondo me questo dato ci consegna un potenziale di crisi sindacale enorme, perché siamo di fronte al fatto che tutto il sistema economico e sociale in questi anni è stato costruito sulla base di una idea di sviluppo economico e finanziario che sta andando in crisi. I segnali di reazione stanno producendo già oggi una nuova mistificazione ideologica che dice che dopo la bolla finanziaria si può tornare tranquillamente all’economia reale. Ma l’economia reale è proprio quella raccontata dall’inchiesta in cui cresce lo sfruttamento e la precarietà. Quando la grande maggioranza dei giovani dicono che a sessant’anni non sono in grado di continuare questo lavoro siamo di fronte a un sistema industriale che ha compresso la condizione di lavoro. Se vuoi affrontare la crisi attuale sei di fronte a un problema enorme perché le imprese vogliono un altro giro di sfruttamento dopo lo tsunami provocato dalla crisi dei subprime. Per il sindacato ciò vuol dire che non è che non c’è in fabbrica ma non ci sei in modo convincente per i lavoratori. L’attacco da destra non vuol dire che la difesa del sindacato va bene così come è. Non siamo negli anni ’70 in cui di fronte all’attacco delle imprese c’era una reazione. Oggi l’attacco c’è, ma su un sostrato già di regressione delle condizioni di lavoro e dei diritti.

Garibaldo La questione dell’inchiesta è da prendere con estrema serietà in tutti e due i sensi. Nel senso appena accennato, cioè della sua estensione, ed anche nel senso che un’inchiesta che non sia un fatto puramente propagandistico richiede una serie di attenzioni. Innanzitutto, ci sono due aspetti dell’inchiesta di cui tener conto: uno tradizionale, ma non per questo meno importante, che consiste nel conoscere quello che non sai. Credo che incominci a circolare l’idea nel sistema politico-istituzionale che forse non si sa come è fatta davvero la società. E questo anche per quello che emerge da questa indagine, dove si capisce che quello ci è stato venduto in questi ultimi decenni sulla stampa da destra e da sinistra come la rappresentazione delle trasformazioni del mondo del lavoro era caricato da una buona dose di informazione ideologica e di scarsa attenzione a quello che stava avvenendo. La cosa che mi colpisce di più in assoluto è il fatto che in Italia per vent’anni si sono sentiti fare dei ragionamenti che avevano come base l’assolutizzazione di un singolo segmento del mercato del lavoro. Così si potevano affermare due cose nettamente opposte tra loro, in qualche misura tutte e due con un qualche grado di verità. E’ proprio la segmentazione del lavoro la chiave di volta della ristrutturazione capitalistica da dopo l’80, la costruzione di meccanismi differenziati tra di loro in modo radicale. Il secondo aspetto della ricerca, che è un aspetto frequentato per una certa parte della nostra storia e poi abbandonato, è quello che nel linguaggio internazionale si chiama la “ricerca-azione”. Il concetto è quello di trovare una modalità in cui si mantiene la caratteristica per una ricerca, che non è una inchiesta giornalistica, e dall’altro lato le persone che vengono sottoposte all’inchiesta vengono considerati soggetti depositari della conoscenza del mondo in cui vivono e che quindi hanno tutto il diritto di partecipare attivamente. Quella che abbiamo fatto assieme alla Fiom rappresenta una sorta di crinale. Per un verso essendo stata fatta con un questionario è un indagine del primo tipo, cioè permette di sapere quello che non si sa; però, per come veniva detto, il fatto che abbiano risposto in un numero così elevato per una cosa così complessa indica che c’è un enorme disponibilità a diventare soggetti attivi. Questa disponibilità l’indagine non l’ha sfruttata, perché per sfruttarla ci voleva un’altro tipo di indagine, con un lavoro più qualitativo e più ravvicinato. Non butterei via il fatto che, proprio perché siamo di fronte a dei processi di ristrutturazione dominati dalla segmentazione avere un quadro di insieme è di per se un elemento di conoscenza perché permette di combattere una serie di sciocchezze che vengono raccontate. In una situazione come questa in cui girano dei giovani nei cortei con su scritto “irrapresentabili”, credo che l’inchiesta abbia un significato in più perché vuol dire che l’attuale insieme di istituzioni tradizionali non è più in grado di rappresentare la gran parte di questo mondo. A maggior ragione, se c’è chi pensa che lo scopo della sua esistenza non sia quello di riconfermare il futuro delle istituzioni ma sia quello di dissentire, se non rimette in campo un rapporto con queste soggettività come diavolo farà ad innovarsi? Il motore che spinge per il rinnovamento sono proprio le soggettività delle persone. In questo quadro l’inchiesta assume una grande importanza. Cosa la distingue dall’inchiesta giornalistica? L’informazione oggi è basata su alcuni strumenti in cui l’elemento manipolatorio è infinto. Questo rischio lo dobbiamo combattere. La distinzione va quindi mantenuta. L’unico modo di mantenerla è che l’indagine deve avere dei correttivi che non dico eliminino la manipolazione ma la riducano ai minimi termini. Per fare questo non si può improvvisare. L’inchiesta deve essere organizzata avendo in mente questo scopo. Può essere benissimo una grande mobilitazione di decine di migliaia di persone ma deve avvenire avendo in mente che lo scopo non è semplicemente di costruire una occasione di mobilitazione politica in senso manipolatorio, ma quella di produrre effettivamente un elemento di conoscenza. In questi casi penso davvero che la conoscenza sia un fatto rivoluzionario in se. Bisognerebbe reintrodurre anche come un fatto di moralizzazione della politica questo elemento antimanipolatorio.

Rinaldini La risposta di massa al questionario sta ad indicare anche l’espressione di una volontà di partecipazione. E quindi sentendosi partecipi di questo percorso c’è stata una risposta oltre le aspettative. Nello stesso tempo, però, esprime anche in questo modo uno scarto di rappresentanza e di esigenza di rappresentanza che evidentemente non è esaudita né dal punto di vista della rappresentanza sociale né tantomeno dal punto di vista della rappresentanza politica. La seconda questione è che ci troviamo di fronte a una fotografia della situazione della condizione lavorativa che serve anche a disvelare la realtà di quello che è successo in questi anni. Rispetto alle campagne che ci sono state è, come dire, l’altra faccia. C’è un legame profondo tra quello che è avvenuto sul lavoro e le vicende nella finanza di questi giorni, dove si è affermata una idea di sviluppo su base planetaria che è composta da una parte processi di deregolazione del lavoro, di redistribuzione della ricchezza al profitto e alla rendita, e di precarizzazione del lavoro, sorretta nello stesso tempo dai processi di finanziarizzazione che hanno sostenuto i consumi e la domanda. Quello che sta avvenendo non è semplicemente una crisi finanziaria. Del resto la crisi economica era iniziata prima. Oggi ci viene consegnata una situazione assolutamente drammatica. Quello su cui voglio insistere, e che viene fuori dalla ricerca, è che se da una parte questi sono gli aspetti che hanno costituito la condizione materiale di quei processi in questi decenni c’è stata anche una costituzione per così dire culturale che si è fortemente radicata e che sta alla base di quelli che sono stati i risultati politici anche negli altri paesi. Una situazione devastante che tiene assieme queste condizioni di lavoro con una situazione di carattere recessivo sconosciuta negli ultimi decenni e che non sarà breve. L’elemento prioritario che sta di fronte a noi è da una parte come far sì che la frase di crisi e la fase recessiva non sia utilizzata dalla Confindustria e dal Governo per chiudere il cerchio definendo una modifica dell’assetto delle relazoni sociali, che vuole dire anche una modifica della funzione e del ruolo della rappresentanza, sociale nel nostro paese. Mi pare che questo sia l’obiettivo esplicito che viene avanti dal pubblico impiego, dalla Confindustria, fino ad arrivare al Libro Verde. Il tentativo è evidente, e a quel punto potrebbe segnare per un lungo periodo l’iniziativa del sindacato. Secondo elemento, c’è da chiedersi come si tiene assieme oggi un rapporto rispetto alla situazione di crisi che riapra un ragionamento sul modello di sviluppo e di come si è portatori oggi di affermare il concetto di solidarietà, che è esattamente il contrario delle dinamiche che si possono sviluppare, anche nel corpo dei lavoratori, e in uno stato di incertezza che viene agitato anche sul versante occupazionale. Come evitare che in questa situazione si affermi un processo di rottura, ovvero di difesa di ogni gruppo contro l’altro gruppo. Come si riescono a tenere insieme queste cose anche a partire da un progetto sulla solidarietà e quindi anche in questo senso l’intervento pubblico e di spesa pubblica, perché non c’è dubbio che per le banche i soldi li trovano. L’inchiesta ci interroga rispetto al fatto che sulle condizioni di lavoro l’iniziativa del sindacato in questi decenni segna una evidente sconfitta. Che però per noi determina un ripensamento complessivo sulla rappresentanza, per esempio, e su come si torna ad esercitare un ruolo contrattuale sull’organizzazione del lavoro. I dati della ricerca ci rimandano un problema di crisi profonda del sindacato. Crisi rispetto ad aspetti fondativi del sindacato che sono anche di carattere strategico.

Nicolosi L’inchiesta della Fiom è un fatto importante politicamente ma anche scientificamente. Credo che non ce ne siano nell’arco degli ultimi decenni con una mole così alta di partecipanti. Su questa inchiesta noi sindacalisti non possiamo avere un atteggiamento avalutativo. Emerge in maniera chiara come la contraddizione capitale- lavoro sia viva in tutta la sua brutalità, dove il rapporto tra subordinati e coloro i quali hanno il potere nella catena del lavoro rimane esattamente uguale identica a quella che si è manifestata già a partire dalla rivoluzione industriale. La seconda questione è che sulla condizione di lavoro nell’epoca della globalizzazione il sindacato non è più una autorità negoziale. Lì si afferma in maniera diretta come l’impresa abbia vinto una partita. L’altra questione è che il sindacato ha perso la lotta per il controllo del tempo del lavoro che purtroppo ha implicazioni sul tempo di vita e sulla stessa sfera della riproduzione. Bisogna ripartire da questi temi per poter ridiventare ed essere centrali. Inoltre, il sindacato, ma già lo sapevamo perché la denuncia fatta in tutti questi anni è stata molto forte, perde la lotta per la redistribuzione dei fattori del lavoro. Ciò vuol dire che il salario non è stato assolutamente tutelato. E i lavoratori nella sostanza ci dicono queste quattro cose. E in esse c’è scritto in maniera sintetica quale deve essere il cammino per risalire una credibilità forte tra i lavoratori e le lavoratrici. Non parliamo poi dei precari che ancora di più si sentono non rappresentati dallo stesso sindacato. Ma ancora di più mi viene in mente l’idea che dentro un processo di precarizzazione che in Europa riesce a raccogliere il 48% della forza lavoro diventa drammatico. Si parla di 108 milioni di precari in Europa. Il sindacato è attrezzato in questa fase? Sono convinto che il sindacato debba fare un bagno di grande umiltà. In questo bagno di umiltà deve avere anche la capacità di autoriformarsi e per autoriformarsi deve cominciare a sviluppare in maniera forte il concetto della democrazia sindacale cedendo un po’ di spazio al concetto della democrazia di organizzazione, che riguarda gli iscritti. In Italia il tasso di iscrizione al sindacato non supera il 35%. Superiore a quello che c’è in Francia, e negli Stati uniti, ma inferiore al livello dei paesi nordici. Noi abbiamo un problema grande da risolvere nei riguardi del 65% del mondo del lavoro dipendente che non è iscritto a nessun sindacato c’è un problema di rappresentanza e di rappresentatività. Un problema che non può essere risolto con scappatoie burocratiche che spaventano e allontanano i lavoratori. Questa inchiesta l’ho considerata talmente importante che sarebbe il caso di sviluppare una inchiesta simile per quanto riguarda il lavoro pubblico.

Di Salvo Utilità, coinvolgimento di numero di lavoratori e di imprese, e rigore mi sembrano le cose da sottolineare di questa inchiesta della Fiom. L’unica oggettività possibile in una inchiesta è quella di dichiarare i confini, gli obiettivi, gli strumenti che vengono utilizzati. La seconda considerazione è sul fatto che è stata una inchiesta scelta da una organizzazione sindacale ma più che mai utile per la politica. La crisi della politica e la crisi della sinistra è una crisi di rappresentanza. Lo dico pensando non soltanto ai risultati che le urne hanno consegnato ad aprile ma anche alla propaganda elettorale fatta dalla sinistra arcobaleno che ha visto i momenti più difficili esattamente davanti ai luoghi di lavoro. Lì si è misurato l’imbarazzo e la distanza totale tra le persone e il soggetto che proponeva loro una ipotesi politica. Quella inchiesta diventa quindi di straordinaria importanza. La politica è rappresentanza e ricostruirla vuol dire ricostruire una conoscenza delle trasformazioni sociali e delle trasformazioni del lavoro soprattutto per la sinistra che esiste in quanto ritiene di voler rappresentare il lavoro e le sue trasformazioni. Aggiungo, i cambiamenti del lavoro non sono un alibi per derubricare la rappresentanza del lavoro dagli obiettivi delle cose possibili come sostiene chi ideologicamente parla di un lavoro frammentato e quindi non rappresentabile. Il risultato più clamoroso dell’inchiesta sta nella distinzione rispetto al sesso e alla stabilità o meno del rapporto di lavoro. Dentro una condizione di lavoro già pessima c’è una condizione ancora più difficile per le donne e per i precari. Se poi questo dato lo si intreccia con le scelte che sono state compiute dal governo Berlusconi, dal taglio della spesa pubblica al taglio ai servizi pubblici, esce un quadro completo e drammatico perché, per esempio, il doppio lavoro che viene registrato dall’inchiesta è un tratto in aumento non in riduzione. Allora a me sembra clamoroso che venga confermata che la richiesta principale riguardi la solitudine dei lavoratori sia rispetto al sindacato che rispetto alla politica, e che questa solitudine è particolarmente delle donne. Ultimo elemento, l’inchiesta ci parla di come si crea la ricchezza in questo paese e all’epoca della globalizzazione nel peggioramento delle condizioni di lavoro. Una catena del valore delle imprese su due terreni: lavoro e ambiente. La domanda alla politica, infine, è duplice: come si rappresenta il lavoro, e come una visione generale riesca a dare valore al lavoro. La scelta della sinistra è quella di percorrere la solidarietà, ricostruire legami estendere i diritti. Una scelta che si deve misurare con una dimensione globale, con le nuove domande, e abbandoni la riaffermazione dell’identità.

 


Io sono convinto che la

Io sono convinto che la sinistra tutta abbia assoluta necessità di fare una disamina approfondita della trasformazione della società.Senza di questa resta difficile arrivare ad una ricetta condivisa.
Prima di tutto bisogna stabilire se l'autoritarismo ovvero fascismo e sistema mafioso siano la costante del nostro paese oppure un fattore episodico interrotto da fasi di democrazia partecipata che riesce,magari anche dall'opposizione,a dare risposte ai lavoratori ed alla società in genere.Non è un interrogativo di poco conto se si considera la storia del nostro paese che in passato anche molto remoto ha sempre vissuto forme di autoritarismo e soprusi di vario genere.In un certo qual modo fascismo e mafia,seppure in forme diverse,hanno sempre convissuto ed influito sul comportamento delle persone.
Non si spiega perchè una costituzione di alto valore etico e politico non sia mai stata veramente applicata,anzi vari sono i tentativi di sfigurarla e non sono finiti.
Altro argomento che deve essere all'ordine del giorno è quello del capitalismo.Premesso che quello finanziario ha assunto un ruolo a sè stante e non di accompagnamento al capitale va osservato che la globalizzazione è il fenomeno che,al di là delle responsabilità dei governi, ha contribuito a mettere nell'angolo l'operaio e la fabbrica.Quanti sono i capitani di industria che trovando condizioni di salario più favorevole delocalizzano le loro industrie? Gli altri per andare avanti chiedono,direi impongono,ai vari governi aiuti sottoforma di sgravi ed incentivi.Le scelte politiche di quest'ultimi sono strettamente connesse alla risposte che ricevono per cui è un continuo rilancio della parte politica che sia di destra o di sinistra.
Quali sono gli argomenti che devono mettere d'accordo la sinistra? Bene se la produzione dei beni di consumo di massa sono ad appannaggio dei colossi emergenti(cina e India) lo sviluppo del nostro paese deve traguardare decisamente quello ambientale.Ridurre le emissioni non deve essere considerato come un dictat,bensì una occasione di rilancio della nostra economia.Le opportunità di lavoro sono infinite cominciando dalla realizzazione di fonti alternative,il risparmio energetico derivante dalla trasformazione dell'impiantistica degli edifici pubblici e privati,ed altro ancora.
C'è la necessità della sinistra e del sindacato di rilanciare l'antagonismo perchè troppi si sono crogiolati al sole del finto benessere e del consumismo
che ,ottenuti attraverso un indebitamento pubblico tra i più alti al mondo, ha di fatto dato ai padri e tolto ai figli.Uno slogan ripetuto dagli studenti durante le manifestazioni contro il decreto Gelmini diceva "non toglieteci il futuro" e,aggiungo io, oltre quello già tolto.
Per non dilungarmi oltre perchè gli argomenti sarebbero molti altri,la sinistra deve essere in grado di fare proposte percorribili e condivise se vuole riacquistare visibilità e consensi.Prima però,mettendo da parte ogni forma di presunzione intellettuale e ideologica perchè i tempi richiedono pazienza ed onestà.





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