Le ragioni di una sconfitta

Ho apprezzato il livello dell'introduzione di Fausto Bertinotti e il felice approfondimento dei fenomeni sociali e culturali che sono alla base della vittoria della nuova destra in Italia e della sconfitta della sinistra. Naturalmente una simile analisi meriterebbe un approfondimento ben più ampio di quello che posso fare nei 10 minuti che mi sono stati concessi. Tuttavia mi preme sottolineare il rapporto tra l'esigenza di una ricerca di ampio momento e quella della nettezza e della limpidezza dei giudizi e delle scelte politiche.
Il risultato delle elezioni é stato determinato:
1) dalla vasta delusione per l'esperienza del Governo Prodi su cui si é ampiamente soffermato lo stesso Bertinotti,
2) dalla nefasta decisione di Veltroni di correre da solo e di contribuire in questo modo alla disfatta generale della sinistra,
3) dalla mancanza di una nuova sinistra alternativa e credibile.
Infatti l'anelito verso la ricerca di una nuova frontiera dell'innovazione politica é stato ampiamente contraddetto dai ritardi e dalle resistenze che hanno ridotto la lista "La Sinistra l'arcobaleno" a un mero cartello elettorale. Lo stesso vagheggiamento dell'opposizione per l'opposizione ha favorito le mistificazioni del riformismo moderato.
E' dunque giusto condurre, come ha fatto lo stesso Fausto, un'analisi spietata nei confronti di quella che é stata insieme una sconfitta e, aggiungo io, una vera e propria auto - distruzione del centrosinistra.
Nella sconfitta si possono rinvenire ragioni di fondo che riguardano i cambiamenti profondi che sono intervenuti nelle società capitalistiche avanzate e le caratteristiche del tutto originali del nuovo vento di destra che sta spirando nel nostro paese, su cui non ritorno, anche se é fondamentale un'analisi aggiornata delle nuove contraddizioni del nostro millennio (tra le quali campeggiano quelle determinate dall'individualizzazione, dalla solitudine e dalla precarietà). Tuttavia si tratta di una condizione necessaria, preliminare, ma non sufficiente.
Per questo permettetemi di soffermarmi anche sulle ragioni dell'auto-distruzione della sinistra e del centrosinistra.
Naturalmente é stata determinante la macchina infernale del voto utile la quale, come ci dicono le analisi più aggiornate dei flussi elettorali, ha portato al paradosso di un partito che, muovendosi esplicitamente  verso il centro con l'obiettivo di sfondare a destra, si é ritrovato con una base elettorale più a sinistra di quella che aveva precedentemente; con uno spostamento del voto determinato dal vero e proprio panico, a volte privo di ogni intelligenza critica, nei confronti di Berlusconi e dal richiamo della foresta del "voto utile".
Questa situazione, fondata appunto su elementi irrazionali, avrebbe messo a dura prova la sinistra cosiddetta radicale, qualsiasi fosse stato il suo assetto e la sua direzione. Ne sottolineo l'importanza perché si tratta di un problema serio per il futuro, che riguarda il tema stesso della caratteristica del sistema politico e delle leggi elettorali.
Ma al di là di questo, la condotta della sinistra acrobaleno non é stata certo geniale, al contrario é stata governata da errori catastrofici, come la separazione consensuale tra una sinistra di governo e una di opposizione. Inoltre sono rimasto colpito, nel corso della campagna elettorale e nei molteplici contatti che ho avuto modo di avere in quell'occasione, da una certa mancanza, in una parte della sinistra radicale, di un'autentica voglia di sinistra, da un certo primitivismo delle passioni, dalla tendenza a tenere il volto ripiegato all'indietro, dal prevalere della fedeltà ad appartenenze burocratiche.
Quindi per prima cosa occorre superare alla radice l'idea nefasta delle due sinistre, quella di governo e quella di opposizione.
I due capisaldi della costruzione di una nuova sinistra - cultura di governo e identità socialista - dovrebbe condurci a superare l'annosa divisione tra riformisti e sinistra radicale, per mettere in campo una sinistra ferma nei principi ma di governo; una sinistra che non sta ad ogni costo né al governo né all'opposizione, una sinistra che svolge il proprio ruolo - quello che i cittadini le affidano - con la medesima cultura di governo.
Tuttavia rimane aperto il tema centrale. Tra i due estremi, quello di una sinistra che perde se stessa e quello di un'altra che coltiva le radici, non già ideali - alle quali io stesso mi sento profondamente legato, e condivido il forte richiamo che Fausto ha fatto del necessario recupero della parte migliore della tradizione comunista e socialista del nostro paese - ma burocratiche, tra questi due estremi, esiste davvero lo spazio per una nuova sinistra? Esiste lo spazio per qualcosa che non é mai esistito? Abbiamo il coraggio, la volontà, la fantasia per provare? Ma soprattutto c'é lo spazio storicamente concreto?
Lo spazio sociale, economico e storico, questo sì, esiste. Con buona pace di tutti i pensatori neo liberisti, il nostro pianeta é passato dai cento milioni di salariati dei tempi di Marx a due miliardi. Riappare l'orizzonte dell'esercito industriale di riserva, si é aperta una terribile guerra tra i poveri, tra lavoratori ad alto e a basso livello di salari e di diritti. Lo stesso tema della giustizia, che é la matrice di tutte le sinistre, riaffiora in modo prepotente in un mondo in cui i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi; per non parlare dell'ecologia, tema centrale della critica all'attuale modello di sviluppo e quindi dello stesso capitalismo, non semplice orpello agreste e bucolico.
Tutto ciò in sostanza sta a dimostrare che nel nostro millennio cambiano i soggetti e la forma della contraddizione, ma la sostanza di una coscienza anti - capitalista rimane la stessa.
Ma lo spazio politico esiste?
La situazione é più difficile, dobbiamo dircelo. Si tratta di un'impresa da far tremare le vene ai polsi. In primo luogo per la tendenza alla semplificazione del sistema politico, e in secondo luogo perché non possiamo pensare di rimanere chiusi dentro questo recinto, soffocati dalla dilagante mediocrità del politicismo e del modo di essere della politica stessa.
Non si dà vita ad una nuova formazione politica senza l'humus vitale di grandi moti sociali, culturali e civili. Ricordiamoci, cosa c'era nel lontano 1892, dietro la formazione del partito socialista italiano. Le società di mutuo soccorso, le leghe operaie e contadine, le prime cooperative di consumo, un forte moto culturale, formato da una parte dall'alta cultura, ma anche dalle maestre, il farmacista di paese, il medico dei poveri.
Tutto questo ci dice che dobbiamo uscire, uscire dalla mediocrità dell'attuale vita politica. In questo senso possiamo farci promotori del nuovo partito della sinistra, che sia partito di governo, partito con una propria autonomia di progetto e che si muova dentro l'orizzonte socialista.
Per fare questo occorre passare da una guerra di posizione a una guerra di movimento. Non dobbiamo rimanere in trincea, occorre allargare l'iniziativa, lavorare sulle contraddizioni delle altre forze di centrosinistra, in altre parole, liberare delle forze.
Per questo non ho paura di discutere con chi nel Pd crede ancora alla sinistra. Con la consapevolezza che loro non sono i vincitori, ma i principali sconfitti di questa drammatica esperienza politica.
Per questo dobbiamo avere la forza di porre noi le condizioni di una ripresa, che sono: primo, costruire un nuovo centrosinistra; secondo, dar vita a una nuova costituente. Anzi a due costituenti. Una del partito della sinistra e l'altra delle caratteristiche e dell'assetto che deve avere il nuovo centrosinistra.
In questo contesto, il dibattito e lo scontro all'interno del Pd é roba vecchia, si tratta della solita lotta interna alla nomenclatura.
A noi interessa invece discutere con forze fresche, possibilmente nuove, a cui interessano, prima dei temi della leadership, quelli delle idee e dei programmi.
Naturalmente non mi illudo che nel breve periodo ci possa essere all'interno del Pd una risposta soddisfacente. Tuttavia credo che sia compito nostro quello di gettare il seme del dubbio e della ricerca nel loro stesso terreno.
Dobbiamo incalzarli sull'ipotesi di un modello flessibile e insieme unitario e articolato. Un modello che si proponga di costruire un nuovo centrosinistra; un nuovo centrosinistra che comunque non potrà prescindere dalla presenza di una grande sinistra democratica e popolare.
Allo stesso tema drammaticamente posto da Bertinotti - se é possibile che esista un rapporto positivo tra sinistra e possibilità di governo - io rispondo con la proposta di una costituente delle idee per il governo, nella quale per l'appunto si discutano prioritariamente e si sottopongano al proprio popolo i fondamenti irrinunciabili che devono guidare l'azione del governo di cui la sinistra possa degnamente fare  parte, e cioè i grandi temi su cui ci si é sempre divisi in questi anni -quelli della pace e della guerra, quelli del rapporto tra Stato e Chiesa e della laicità, quello della centralità del lavoro e del mutamento del modello di sviluppo. Sono anch' io convinto infatti, come Fausto, che non si può andare al governo senza un progetto strategico, una visione di società. La destra, a modo suo, ha una visione di società.
Per questo dobbiamo determinare un chiaro spartiacque tra il tema tanto chiaro ai riformisti moderati della mera governabilità e l'esigenza, gramscianamente egemonica, di un disegno di società. 
Ma se siamo d'accordo su questo, e lo dico anche ai compagni di Rifondazione comunista e al loro comportamento in alcuni enti locali, bisogna essere per davvero convinti che la sinistra può andare al governo solo se esprime un'autentica maggioranza di sinistra, nel corpo profondo della società. Se no, senza questa chiara determinazione, si continuerà la strada catastrofica degli escamotage tattici, delle alleanze spurie e della permanente confusione programmatica.
Ciò vuol dire che se il paese non guarda per davvero a sinistra, si sta all'opposizione e si lavora per preparare, dall'opposizione, un reale mutamento dei rapporti di forza e un'effettiva maturazione delle coscienze.
Questo insegna il triste epilogo dell'esperienza del Governo Prodi.


tutto bene, ma la seconda

tutto bene, ma la seconda costituente non l'ho capita, non ne basta già una, la nostra, quella della sinistra?

andrea f


Guglielmo Zanetta E’

Guglielmo Zanetta
E’ inutile negarlo, abbiamo vissuto, in tutta o in parte, una vita influenzata da un evento epocale negativo che ci è cresciuto attorno e dentro: le nuove vesti del capitalismo, ad iniziare da quelle elaborate durante la guerra fredda e delle quali la società italiana fu tenuta allo scuro. Colpevolmente, direi perché i politici del tempo non potevano non sapere cosa bolliva nella pentola USA, tanto assiduamente frequentata (leggi: Volevo la luna, di Pietro Ingrao).
Fu quello l’inizio di un rinnovato capital-consumismo poi diventato, per gli statunitensi, una formula ingannevole usata cinicamente, nazione dopo nazione, per conquistare il mondo.
Da noi la novità di quell’american life of live determinò un felice boom economico e nell’Europa occidentale, tutta, fu la prima fase dell’iperconsumismo attuale: far credere i beni materiali come conquista di vera libertà intellettuale.
Più o meno nascosti dietro l’alibi di un pragmatismo di sinistra, all’inglese, noi lasciammo fare a certi modi morbidi di amministrare la cosa pubblica ed abbassammo la guardia relativamente alla difesa dei grandi valori morali dei cittadini e dei compagni che ancora ci seguivano.
La marcia della mondializzazione dell’economia divenne inarrestabile e noi ci troviamo, oggi, messi all’angolo, anche se di globalizzazioni ce ne sono di diversi tipi e quella nostrana non spicca di certo, nel panorama internazionale, come faro di trasparenza ed onestà liberale. I nostri sono capitalisti atipici, grossolani, impresentabili, come è stato detto. Questi stessi personaggi, prendendo lo spunto da alcuni casi nazionali evidentemente degeneri, hanno saputo ribaltare interi sistemi di verità storicamente attestate e presentare, ad una pubblica opinione resa ad arte acritica e incapace, tutta la cultura della Sinistra come distruttrice di Stati civilmente organizzati.
In ciò mentendo, cioè senza dire che proprio loro sono gli unici arricchiti, avendo usato a fini personali ogni risorsa pubblica (non solo i soldi pubblici), facendosi leggi che li favoriscono e ignorando cinicamente i valori altissimi dell’ambiente e della vita umana.
Nulla di nuovo sotto il sole, almeno da quando la cosa pubblica è gestita da tiranni e loro epigoni in modo spregiudicamene antidemocratico.
E’ assai grave, però, che anche quei ceti sociali che afferiscono alle nostre istituzioni partitiche (ceti che si va strombazzando da più parti essere scomparsi dalla scena sociale, mentre incomprensibilmente montano le nuove povertà!) hanno finito col credere agli imbroglioni e a cadere nella trappola per loro approntata da tempo. In ciò indotti dalla crisi che ha investito alcuni partiti tradizionali della sinistra i quali hanno abbandonato l’agone politico, disorientando e confondendo ancor di più gli animi.
Assieme ad un certo benessere per molti e alle scandalose ricchezze accumulate da pochi, approdava nello scenario italiano uno stato diffuso e profondo di arretramento culturale di interi strati sociali, specie delle generazioni via via più giovani e più facili da conquistare, che non avevano memoria diretta della tragedia del fascismo e della guerra.
Adesso noi siamo quasi al punto di non ritorno come rappresentanti della realtà sociale, anche se sappiamo di essere portatori dei valori universali del socialismo. Siamo per questo, e giustamente, in crisi.
Da qui dobbiamo ripartire, da questo esserci noi stessi distratti e avere dimenticato di quali veri interessi avremmo dovuto essere vigili esecutori.
Nell’immediato futuro dovremo manovrare tra ignoranza e malavita (politica e organizzata), senza fare sfoggio delle qualità tesaurizzate ed interiorizzate (la cultura malintesa allontana!) e con un linguaggio nuovo, semplice e chiaro dobbiamo ricominciare a spiegare tutte le trappole insite nella demagogia della destra liberista.
Ma ancor prima dobbiamo impegnarci personalmente a recuperare la dignità di una morale politica alta, necessaria per poter contrastare liberamente gli aspetti negativi dei portavoce dei poteri forti (economia, tecnologia e religioni). Tutti convergenti nell’obiettivo unico di dividere l’umanità in pezzi fra loro isolati (meglio ancora se in conflitto armato), al fine di mantenere inalterati privilegi da dominatori.
Sarà dura, anzi durissima e sarà anche lunga.
Ma forse possiamo ancora contare su residuali aristocrazie operaie (che solo da poco cominciano a vacillare sotto i colpi del liberismo e del leghismo) e su valori intellettuali di sinistra intatti e lucidi, nonostante tutto.
Dobbiamo avvicinare i nuovi compagni come se essi fossero il bene nostro supremo, cercando di farci perdonare la scorciatoia di qualche sogno ad occhi aperti, rivelatosi allo stato dei fatti irreale e fuorviante.
Non vediamo altra strada percorribile.
Buon lavoro a tutti
circoli sd ortona a mare
FT


albertozen PRIMA GUERRA DA

albertozen
PRIMA GUERRA DA FARE:
FAR RISPETTARE LA COSTITUZIONE NELL'ARTICOLO CHE AFFERMA
CHE TUTTI I CITTADINI SONO UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE.
NO A PRIVILEGI. OCCORRE SCENDERE IN PIAZZA E FARE UN REFERENDUM CONTRO QUALSIASI LEGGE CHE ABBATTA QUESTO PRINCIPIO.


Caro Occhetto,sempre fate

Caro Occhetto,sempre fate voi gli analisi,penso che non ascoltate propio la base,anche e colpa nostra,che non siamo abbastanza critici ,con la caduta del muro di berlino ci siamo spaventati,il comunismo era fallito,ma chi la detto?noi siamo stati i primi a voler trovare cualcosa di nuovo,oggi si vedono i risultati,non credi che ci sarebbe bisogno d`una autocritica senza paura ,sono comunista sempre ho difeso la libertà e la democrazia,sono stanco di ascoltare dirigenti di sinistra in cerca di cose nuove.
Penso che ci sarebbe bisogno d`un partito come il PCI,non solo coi simboli,radicato nel territorio,partecipativo aperto alla società e movimenti sociali ecc.che sia un punto di riferimento molto forte.nell`Italia e nel mondo.vito terranova


Perchè non vogliamo

Perchè non vogliamo riconoscere che la scelta di andare alle elezioni insieme e PRC e Comunistri italiani è stata suicida per SD visto che ne ha distrutto proprio l'immagine di "sinistra di governo" a cui ora vorremmo appellarci? Il progetto di SD non può che essere alternativo a quello di una sinistra radicale perennemente sulle barricate. Se poi questo progetto non avrà un consenso sufficiente a sopravvivere, beh signori lo si riconosca senza inventare strane alchimie tra brandelli di una sinistra che non riesce (non può?) darsi un profilo distinto dal PD e al tempo stesso credibile.
Loris Corradini





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