La solitudine dei numeri ultimi

di Alba Sasso

Mar, 12/01/2010 - 22:27

Quando andavo alla scuola elementare la refezione ( si chiamava così) si dava solo ai bambini poveri. E ce n’erano pochi per classe.  (Era prima degli anni ’60 quando i poveri a scuola non ci andavano in massa) .Chissà, forse anche allora c’era una mano silenziosa   che provvedeva a distribuirli. Che ci siano , ma senza dare molto fastidio. Provavo una grande vergogna quando venivano a chiamare  la mia compagna di banco, l’unica della classe, per la refezione. Oggi sono loro i poveri del mondo: i bambini stranieri. Come fossero numeri. Non più di 5 o sei per classe. Per favorire l’integrazione, dice Gelmini. Ma l’integrazione non è algida operazione chirurgica. Posti finiti, per questa scuola basta, gli altri portateli da un’altra parte. Problemi, e non persone da accogliere e formare. Ma come si sentiranno quei  cinque o sei piccolini, magari già provati dall’esilio e da una vita difficile, ad essere una parte ‘recintata’ di una classe che li ospita ? E nell’immaginario del resto della classe  proprio questo dividerli, centellinarli rischia di  diventare  il suggello di quanto è estraneo, altro da sé, separato.  E come si sentiranno gli altri, gli eccedenti, quelli per cui non c’è posto? Spediti in altre scuole, in altri quartieri.  E cosa succederà nei quartieri con una forte  prevalenza di popolazione straniera? Respingere, separare: è questo il messaggio. E come se questo non bastasse Gelmini  propone le classi di inserimento, dove i bambini stranieri, separati dagli altri, appunto, possano imparare l’italiano. Che come si sa, a quell’età , ma anche dopo, si impara a contatto con “ i parlanti di madre lingua”.
Questa scelta della Gelmini,  tra l’altro un po’ dirigista e autoritaria, - la formazione delle classi, l’organizzazione della didattica  non sono una competenza degli organi di governo della scuola autonoma?- è una soluzione sbagliata e inadeguata per un grande problema. Reso più drammatico e difficile dalle  recenti norme sul reato di clandestinità che prevede peraltro l’obbligo per le scuole come per gli ospedali di denunciare ed espellere bambini e malati. E dall’ondata di razzismo che sembra invadere il nostro Paese. Per anni l’ integrazione a scuola è stata una questione lasciata alle scuole, al loro buon senso, alla loro capacità di includere e di accogliere. Mentre  non ci sono state nel corso degli ultimi anni politiche in grado di supportare le loro migliori pratiche. Tagliati i fondi per i mediatori linguistici, quegli insegnanti indispensabili per aiutare bambini e ragazzi ad acquisire non solo una lingua per comunicare ma anche una lingua per capire e per studiare. Ridotto il numero degli insegnanti, aumentati gli alunni per classe. E se non ci sono scelte e strategie che prevedano mezzi, risorse, impegno  per garantire un effettiva integrazione, che è soprattutto integrazione di culture, capacità di costruire ponti tra le diversità, se non si è costruito a partire dalla scuola una cultura comune in grado di rispettare le storie, le fedi, le tradizioni di ognuna e ognuno, può anche finire che sembri ragionevole una proposta aritmetica come quella della Gelmini. Che tra l’altro straparla, si contraddice. I nati in Italia non devono essere distribuiti tra classi .Gli altri sì. I numeri ultimi, appunto. Ma se  non ci sono politiche concrete  e reali per l’integrazione  - e questo parla non solo del governo ma anche di noi, di una sinistra  che abbia questo tema tra i suoi valori fondativi- quell’ondata di razzismo rischia di dilagare , a cominciare dal razzismo più terribile :quello dei più deboli contro  altri più deboli. L’antidoto più forte a tutto questo è nella scuola.  E’ lì , nei luoghi lenti della crescita delle persone, il terreno fertile per la costruzione paziente e tenace di una cultura della solidarietà e del rispetto per l’altro,  è lì che si  intercettano  speranze e voglia di resistere dei più giovani, è lì che si incontrano quelli che lavorano a unire e non a dividere. Perché non si tratta solo  di tollerare. Si tratta di virare. Di gestire le contraddizioni con pensieri nuovi. Con l’idea della reciprocità. Dello scambio e contaminazione di culture come condizione di crescita della cultura stessa. Insomma è lì,nella scuola, che si perde o si vince la scommessa della civiltà.  Per i prossimi anni e per i prossimi decenni. Proviamo a non dimenticarlo.


donna di denari