La palla di vetro di Tremonti

I casi sono due: o non è vero che il governo a giugno aveva intuito la gravità della crisi economica e si era attrezzato per pararne i colpi (il che sarebbe già di per sé grave); oppure, se la palla di vetro tremontiana aveva permesso di leggere bene nel futuro, lo sperpero di denaro pubblico, che ha segnato le prime scelte del governo, appare, a fronte delle necessità di oggi, ancora più irresponsabile (se non segno di una consapevole, quanto ottusa, scelta di favore nei confronti degli strati sociali più abbienti).
      Tanto più che le necessità di oggi non costituiscono affatto un effetto della crisi finanziaria internazionale (che pure è destinata ad accrescerle in maniera drammatica). Nei tanti commenti che si leggono in questi giorni si ha quasi l’impressione, come spesso accade nel nostro paese, che il mondo sia appena cominciato e, dunque, che non sia opportuno rivangare il passato per cercare di capire meglio le radici dei problemi da affrontare. E invece varrebbe sempre la pena di tenere presente che il problema cruciale cui fare fronte, ovvero la caduta del potere d’acquisto di salari e pensioni e il conseguente drastico peggioramento del tenore di vita dei percettori di tali redditi, ha preso corpo fondamentalmente nel precedente quinquennio berlusconiano per effetto delle scelte di politica economica assunte sotto la regia del ministro dell’economia dell’epoca (che è poi lo stesso ministro dell’economia attualmente in carica).

      L’aggressione al potere d’acquisto di lavoratori e pensionati si è avvalsa di una batteria di strumenti. In primo luogo la pessima gestione del cambio della moneta, che ha scientemente permesso alla speculazione sui prezzi al consumo di galoppare a briglia sciolta (salvo poi orchestrare una campagna propagandistica contro l’ “Euro di Prodi”), mentre l’erogazione in euro di salari e pensioni è avvenuta con rigorosa corrispondenza rispetto alle vecchie lire. In secondo luogo la politica fiscale che, mentre favoriva ricchi ed evasori, colpiva i redditi medio-bassi con la mancata restituzione del fiscal drag. In terzo luogo la consapevole manipolazione dei criteri di determinazione delle retribuzioni stabiliti dall’accordo del 23 luglio 1993, attuata attraverso la fissazione di tassi di inflazione programmata sistematicamente ed ampiamente inferiori all’inflazione reale. In quarto, e decisivo, luogo una legislazione che, favorendo la diffusione del lavoro precario, si è riflessa sulla sfera d’influenza delle organizzazioni sindacali, incrinandone pesantemente l’efficacia rivendicativa.
       Avendo cominciato la sua nuova avventura ministeriale con addosso i panni di Robin Hood, ci si poteva aspettare che il ministro dell’economia volesse battere strade nuove. Sembra invece che lavoratori e pensionati dovranno aspettare ancora ed accontentarsi, per il momento, di misure marginali ed estemporanee o, comunque, parziali e provvisorie. Nel corposo decreto-legge del 29 novembre sono tre le misure che toccano direttamente lavoratori e pensionati. Di carattere estemporaneo, innanzi tutto, è il bonus per le famiglie disagiate, essendo destinato ad essere attribuito soltanto per l’anno 2009. Le condizioni per l’erogazione, d’altra parte, lo configurano come una misura assistenziale per persone e famiglie in condizioni di disagio estremo (situazioni di miseria, più che di povertà, sempre che si voglia attribuire alle parole il significato loro proprio). Proprio per questo non è il caso di insistere nella critica sull’esiguità degli importi previsti: seppure in cifre assolute si tratti di somme irrisorie, che non cambieranno la condizione degli interessati, tuttavia, considerate in termini relativi rispetto alla platea dei destinatari, quelle somme non vanno disprezzate. Ciò non deve però impedire di riconoscere l’ispirazione di fondo del bonus: un provvedimento che sembra mosso soprattutto dall’esigenza di dimostrare che “si sta facendo qualcosa”, che non si colloca nell’ambito di un piano organico di contrasto alle forme, assolute e relative, di povertà e risponde piuttosto alla logica d’intervento propria del neo-liberismo populista.

     Che di questo si tratti, del resto, che le scelte compiute non si spingano al di là di un simile perimetro politico-ideologico emerge più chiaramente tenendo conto delle misure riservate alla parte preponderante dei lavoratori, quella che, pur non trovandosi in condizioni di miseria conclamata, tuttavia da anni ormai è costretta a fronteggiare condizioni di vita sempre più difficili, che reclamerebbero di essere contrastate sia con una diversa politica salariale, sia con un deciso rilancio del welfare pubblico. Quanto a quest’ultimo, invece, per l’ennesima volta tocca di leggere in un testo legislativo l’immancabile evocazione dell’ “attesa della riforma degli ammortizzatori sociali”, aspettando la quale si provvede con il consueto provvedimento-tampone, ovvero con l’abusata misura della concessione degli ammortizzatori in deroga alla normativa vigente, verosimilmente destinata a risultare del tutto insufficiente a fronte dell’incalzare della crisi produttiva, delle sospensioni dal lavoro, dei licenziamenti. Si poteva agire diversamente? In astratto sì, dal momento che il governo aveva già in mano lo strumento normativo per farlo, esercitando tempestivamente la delega per la riforma organica del sistema degli ammortizzatori sociali prevista dalla legge 247/2007 (di attuazione del Protocollo welfare) e destinata a scadere alla fine dell’anno. In concreto evidentemente no, essendosi preferito prorogare di sei mesi, con altro disegno di legge già approvato dalla camera il 28 ottobre scorso, la data di scadenza per l’esercizio di quella delega. E’ dubbio, peraltro, che il rinvio sia dovuto all’esigenza di approfondire i termini del problema: ciò che manca semmai è la volontà di impiegare lo stock di risorse finanziarie necessarie. E’ ben noto, infatti, che per una seria riforma del sistema di tutela del reddito dei lavoratori occorrerebbe mettere in campo non meno di cinque miliardi di euro: più o meno quelli che si sono gettati al vento (per tornare allo sperpero di denaro pubblico di cui si diceva all’inizio)  per salvare l’italianità della compagnia di bandiera e, soprattutto, per regalare risorse aggiuntive a chi non ne avrebbe avuto bisogno con l’abolizione dell’ICI sulle case dei più abbienti.  Quanto poi al nuovo ammortizzatore sociale immaginato per i lavoratori a progetto, la misura non solo è di entità davvero risibile (una somma liquidata in unica soluzione, pari al 10% del reddito, notoriamente bassissimo, percepito per la ‘collaborazione’ in monocommittenza nell’anno precedente la richiesta), ma è subordinata alla sussistenza di una serie di condizioni, che ne renderà verosimilmente assai difficile la fruizione concreta; per non dire dell’effetto di consolidamento, sia pure indiretto, di una tipologia di rapporto di lavoro che, per le sue notorie caratteristiche di travestimento fraudolento di lavoro subordinato effettivo, andrebbe piuttosto radicalmente superata, anziché ulteriormente legittimata: qui davvero Robin Hood ha lasciato campo aperto allo sceriffo di Nottingham.

       E per coloro che un lavoro (ed un salario, sia pur magro) continuano ad averlo? Il decreto di novembre ha opportunamente soppresso il trattamento fiscale di favore ch’era stato riconosciuto, qualche mese or sono, ai compensi per prestazioni di lavoro straordinario: dando ragione alle motivate riserve critiche della Cgil (e della Banca d’Italia) e torto alle giaculatorie del ministro Sacconi. Ha però mantenuto, raddoppiando anzi l’importo retributivo di riferimento (che è stato portato a 6.000 euro annui lordi) e la platea potenziale dei destinatari (i titolari di reddito di lavoro dipendente non superiore a 35.000 euro  nell’anno 2008) l’agevolazione fiscale per il salario di ‘produttività’ erogato a seguito di contrattazione collettiva aziendale, ma anche (si badi bene) mediante accordi individuali o in via unilaterale dalle imprese. Lasciamo pure da parte l’autostrada aperta all’elusione fiscale da una norma del genere: va da sé infatti che, a legislazione invariata, non ci sarà più datore di lavoro disponibile a riconoscere anche un solo euro di incremento retributivo, se non previa qualificazione dello stesso come salario di ‘produttività (salvo quelli che preferiranno continuare a battere la scorciatoia, sbrigativa e immediata, dei fuori busta ‘in nero’).  Resta in ogni caso il fatto che, senza erogare direttamente un euro ai lavoratori dipendenti, il governo, con la misura varata a maggio e adesso confermata, sta cercando di indebolire in generale la contrattazione collettiva e, comunque, di forzarne pesantemente la struttura, incentivando lo spostamento dei suoi equilibri verso il livello aziendale.  
     Il tentativo di rendere sempre meno rilevante lo strumento di solidarietà generale rappresentato dal contratto collettivo nazionale di lavoro è del tutto evidente e trova conferma nella cifra miserrima che è stata appena riconosciuta agli statali (circa 40 euro mensili medi netti di incremento retributivo). Eppure, se davvero si volesse utilizzare la leva fiscale per incrementare con effetto immediato (come sarebbe necessario ed urgente) il reddito dei lavoratori, gli strumenti non mancherebbero: dalla restituzione strutturale del fiscal drag alla rimodulazione delle aliquote (a pressione fiscale invariata), dall’incremento delle detrazioni d’imposta alla detassazione delle tredicesime (parziale, se si vuole che la misura abbia carattere permanente, e modulata in relazione ai diversi livelli retributivi). Tutto si può fare, insomma, e di tutto si può discutere, salvo cedere alla facile demagogia fiscale della detassazione del salario di ‘produttività’.

      E’ davvero imbarazzante che, di fronte a provvedimenti del genere, l’opposizione parlamentare abbia concentrato il fuoco delle sue critiche sulla questione dell’incremento dell’iva per SKY: tornando a parlare di conflitto d’interessi, con tutta la credibilità che può avere chi non ha avuto la capacità di risolvere la questione nelle due legislature in cui si è trovato a governare il paese. Probabilmente il problema sta nel manico: essendosi presentato alle elezioni con un programma che si prefiggeva di raggiungere in tre anni il pareggio di bilancio a colpi di tagli alla spesa pubblica, il PD trova adesso qualche difficoltà a contestare una manovra che a quella (sciagurata) prospettiva continua ad essere ispirata: anche in questo caso, forse, c’è un problema di credibilità.
    
*Università degli Studi di Torino
Dipartimento di Scienze Giuridiche

      





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