In realtà, la legge finanziaria non è “La” Finanziaria. Tremonti ha imposto una riforma de facto della sessione di bilancio e così il grosso della manovra si è articolato in diversi provvedimenti che per la maggior parte hanno preceduto la legge finanziaria vera e propria e di cui il più significativo è stato il decreto legge n. 112. Ha abilmente giocato d’anticipo.
Nel complesso si tratta di una manovra recessiva. Tremonti fa il primo della classe nell’applicare i parametri di Maastricht e vuole accelerare il rientro del deficit e del debito rispettivamente verso zero e sotto il 100 per cento del Pil. Pertanto opera tagli drastici alla spesa pubblica, mantiene la pressione fiscale costante (anzi l’incrementa leggermente). La cosa è piuttosto sorprendente in quanto il nostro Ministro dell’economia è stato uno dei critici più polemici nei confronti dei vincoli del Patto di stabilità definiti dalla UE.
La cosa è tanto più grave dopo che, a breve distanza dalla recessione statunitense, è arrivata la recessione anche in Europa. È, dunque, diventato urgente modificare l’orientamento restrittivo della politica monetaria nell’area euro. Infatti, secondo molti economisti, per quanto concerne lo spettro dell’inflazione, esso è probabilmente destinato ad evaporare nei prossimi mesi sulla scia dei recenti, forti ribassi del prezzo del petrolio e della stagnazione dell’economia mondiale.
Quest’apparente paradosso della politica tremontiana si spiega tenendo a mente due punti: la crisi economico-finanziaria mondiale (nell’interpretazione della destra italiana) e la volontà di arrivare allo Stato minimo riducendo, sia pure manovrando e con gradualità, i grandi comparti della spesa pubblica: istruzione, pubblico impiego, sanità e previdenza, aprendo nel contempo nuove aree di profitti monopolistici ai privati.
Il percorso di politica economica per la legislatura tracciato dal Dpef ed attuato in larga parte dal decreto manovra n. 112, delinea un significativo aumento della pressione fiscale per tutta la legislatura e una riduzione delle spese in conto capitale, cioè degli investimenti.
Si aggiungono i tagli agli enti territoriali (che di conseguenza ridurranno i servizi ai cittadini), le norme sul mercato del lavoro che moltiplicano le figure del precariato nonché la soppressione dei finanziamenti per la stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni, gli interventi sulla scuola e la sanità.
Tutto ciò determinerà un aggravamento della situazione dal lato della domanda interna già in difficoltà perlomeno da due anni.
Il dibattito intorno alle misure in grado di accrescere i redditi reali da lavoro, tramite la dimunizione del cuneo fiscale oppure una riorganizzazione della strumentazione contrattuale, non ha prodotto finora grandi risultati.
Anche perché nei settori industriali sottoposti alla concorrenza internazionale i nostri “capitani coraggiosi” hanno da tempo trovato spazio e modalità per poter competere sostanzialmente riducendo i costi del lavoro; mentre nel settore dei servizi gli eventuali aumenti retributivi nominali vengono tranquillamente fatti traslare sui prezzi. Il processo di liberalizzazione è risultato, infatti, poco o per nulla efficace, almeno dal punto di vista del consumatore finale.
Insomma, la perdita di potere d’acquisto che ha interessato i redditi da lavoro non è imputabile a cause congiunturali ma rispecchia una tendenza di fondo. Con un mercato del lavoro sempre più precarizzato ed un mercato dei beni e dei servizi sempre più rigido, difficilmente l’attuale distribuzione dei redditi potrà migliorare.
Ma la manovra peggiora la situazione anche dal lato dell’offerta. Come hanno scritto gli economisti Paolo Piacentini e Stefano Prezioso, sebbene la recente ripresa dell’export segnali una rinnovata vitalità di almeno una parte del sistema produttivo, ciò non si è tradotto in un apprezzabile incremento di prodotto (e produttività). L’insufficiente presenza, in particolare dell’industria nazionale, nei settori caratterizzati da dinamiche della domanda mondiale relativamente più sostenute impedisce alla crescita del prodotto italiano di colmare il gap, in termini di rendimento del capitale investito, che tuttora lo separa dai paesi maggiormente avanzati. Appare difficile – essi sostengono - che le sole forze di mercato, o le riforme strutturali introdotte nel mercato del lavoro, possano fornire gli incentivi sufficienti ad accrescere la presenza di imprese italiane nelle produzioni più innovative in assenza di una politica industriale fortemente selettiva rispetto agli obiettivi da perseguire.
Non solo non si intravede una politica industriale, minimamente degna di questo nome (il caso Alitalia è emblematico) ma si mettono in difficoltà anche settori tradizionali come quello delle opere pubbliche, mentre proseguono i tagli agli incentivi a favore delle imprese per l’innovazione, per gli investimenti nel Mezzogiorno, ai finanziamenti per la ricerca e , più in generale, per la formazione.
I rigurgiti protezionistici contro “il mercatismo”, la subalternità alle scelte Usa (evitata almeno parzialmente solo durante la crisi del Caucaso dalle pressioni dell’Eni, una delle poche aziende italiane con una visione “globale”), la marginalizzazione di interi settori sociali e territori (lavoro precario, scuola e federalismo fiscale), delineano un non-futuro per il nostro Paese, destinato, se le politiche della destra non saranno adeguatamente contrastate, a trasformarsi in una provincia marginale di un impero anch’esso in declino, in una Florida dei poveri.
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