In una delle tante belle, colorate e soprattutto affollate iniziative della scuola una mamma ha detto. “Sono tra quelle che si può pagare una baby sitter di fronte alla diminuzione dell’orario, ma io voglio che mio figlio stia a scuola per imparare insieme agli altri”. E’ proprio di questo che stiamo parlando. Di una scuola che sia luogo di apprendimento, che si apra a storie diverse, a diverse opinioni. Ricca di quei saperi, in continua evoluzione, con i quali bambine e bambini hanno imparato a confrontarsi sin dalla scuola dell’infanzia. Sì perché la pretesa più incredibile di questo governo è la scelta di tornare indietro nel tempo. Perciò tanti nostalgici , affascinati dal ricordo della loro infanzia (il maestro unico come les madeleines di Proust) che non riescono a capire che tra la scuola di élite e la scuola di massa c’è la stessa differenza che tra il giorno e la notte. E l’altra autoritaria pretesa è di cambiare la scuola per decreto, ricorrendo alla fiducia. Senza ascoltare, senza verificare, senza confrontarsi, guidati dalla rassicurante bussola del “fare cassa”. Per questo governo la modernità sul terreno dell’istruzione è acquistare lavagne luminose, mentre si taglia sul numero del personale della scuola, si riducono le ore di apprendimento, si eliminano le esperienze migliori della scuola, dal tempo pieno al sostegno per i ragazzi disabili, si riducono i corsi per l’educazione degli adulti, si diminuiscono gli anni di obbligo scolastico. Una cura da cavalli che invece di curare rischia di uccidere il malato. La scuola italiana deve migliorare, non tornare al passato.
Il Ministro giura: andrò avanti. Ma le migliaia di assemblee, di iniziative fuori e dentro la scuola, il protagonismo di insegnanti, genitori, studenti, gli scioperi dei Cobas e dei sindacati confederali, la bella ricca colorata manifestazione di Torino e tante altre in tutta Italia dicono una cosa chiara: che il popolo della scuola non ci sta. Non ci sta a punire l’istruzione pubblica, a mettere in discussione le esperienze migliori di quella scuola, ad aprire la strada alla privatizzazione del sistema. Non ci sta a sentire ancora “tante balle”, come dicono gli studenti. Non ci sta ad ascoltare ancora dalle patinate trasmissioni televisive che gli insegnanti sono troppi, che si spende troppo, a sentir brandire i dati Ocse( sui livelli di competenze degli studenti) come pretesti per ridurre la spesa invece di utilizzarli -come fanno tutti i paesi europei- per capire come risolvere i problemi. Non ci sta a combattere i precari e non la precarietà. Non ci sta alla semplificazione dei problemi (maestro unico, libro unico e forse anche pensiero unico). Non ci sta a condividere l’idea di società che c’è dietro quelle misure: una società più chiusa, più gerarchica, più arretrata culturalmente, più impaurita e più diseguale.
Oggi saremo in tanti a Piazza Montecitorio a segnalare in modo civile e pacifico che la scuola è di tutti i cittadini e che non è un costo da tagliare con brutalità ma un investimento per il futuro dei giovani . E di tutto il paese. Ministro, provi ad ascoltare.
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