Il rapporto della Caritas dimostra quanto è cresciuta in Italia la povertà e quanto le diseguaglianze si siano drammaticamente approfondite. Il 13% della popolazione (7.5 milioni di persone) vive con un reddito che va dai 500 ai 600 euro mensili. Persone e famiglie, quindi che vivono in una condizione di povertà e di disagio profondo. Lo studio della Caritas mette in evidenza un altro dato importante, quello relativo alla distribuzione del reddito: al quinto della famiglie con il reddito più basso va soltanto il 7% del reddito totale, mentre al quinto delle famiglie con il reddito più alto va addirittura il 40%. Inoltre, i dati del rapporto ci dicono che l’ Italia, tra i paesi europei, “presenta una delle più alte percentuali di popolazioni a rischio povertà”. I soggetti più a rischio sono gli anziani soli, le famiglie con figli, le persone non autosufficienti. Vi sono, poi, tante persone e tante famiglie che vivono con un reddito che non supera i 1000 euro al mese. E’ bene ricordare che, secondo i dati Istat, un reddito di 1000 euro al mese colloca un nucleo familiare di due persone sotto la soglia di povertà. Ma c’è di più. Le retribuzioni dei lavoratori sono ferme da anni. Tanti lavoratori e lavoratrici percepiscono un reddito che non supera i 1.200 euro al mese. Un reddito che, ricorrendo anche in questo caso ai dati Istat, pone una famiglia di tre persone in una condizione di “povertà relativa”. A fronte di tutto ciò, negli ultimi anni, sono cresciuti in modo consistente i prezzi dei beni di consumo: da quelli alimentari (+6,2%) a quelli delle abitazioni (+8,2%), da quelli del trasporto (+7,5) a quelli energetici (+13,6%). E tutto ciò non è frutto del caso. Si è affermato, infatti, un modello di crescita basato soprattutto sull’economia di carta in cui un’azienda vale se ben quotata in borsa e la sua competitività è misurata secondo la sua forza nei mercati finanziari. Inoltre, anziché operare per una diversa redistribuzione della ricchezza prodotta, si è cercato in tutti i modi di ridurre tutele, diritti, benessere e sicurezza delle persone. Oggi stiamo pagando un prezzo molto alto a causa di questo modello di sviluppo. La crisi finanziaria trascina con sé l’economia reale. Siamo nel pieno di una recessione e di una crisi i cui esiti nessuno riesce a prevedere. C’è una sola certezza: il conclamato liberismo ha prodotto una crisi drammatica e ha approfondito le diseguaglianze. Tant’è che chi predicava lo “stato minimo” e le privatizzazioni oggi non esita a dire che, per ridare fiato al mercato, c’è bisogno dell’intervento pubblico. Ed ecco pronti, proprio per aiutare le banche, i più consistenti e numerosi salvataggi pubblici che si ricordino forse nella storia del capitalismo. C’è, però, il rischio evidente che, ancora una volta, i salari e le pensioni siano le “vittime sacrificali” di questa travolgente crisi finanziaria e che gli interventi di salvataggio vadano ad esclusivo beneficio del sistema bancario. Noi, che da tempo siamo convinti della necessità dell’intervento pubblico nell’economia, dobbiamo sapere indicare dove e come questo intervento deve indirizzarsi. E da questo punto di vista, penso che siano necessarie due operazioni. In primo luogo la definizione di una nuova politica economica rivolta a promuovere uno sviluppo sostenibile. Non è più possibile, ad esempio, che l’unico obiettivo delle politiche economiche europee continui ad essere il contenimento dell’inflazione. C’è bisogno di nuove politiche industriali e nuovi investimenti nel campo delle infrastrutture, delle fonti energetiche alternative, dell’ambiente, del risanamento delle grandi aree urbane e del territorio, della ricerca, della formazione. Intervento pubblico, quindi, indicando però dove e come investire, cosa e per chi produrre.
In secondo luogo è necessario modificare radicalmente la distribuzione del reddito. E ci sono qui due esigenze. Il rapporto della Caritas, insieme ai dati drammatici sulla povertà, ci dice un’altra cosa altrettanto grave: l’Italia e la Grecia sono gli unici paesi europei che non hanno alcuno strumento di contrasto alla povertà. Di più. Il governo di centro-destra, nel Libro verde presentato l’estate scorsa dal Ministero del Welfare, dichiara fallita l’esperienza avviata in Italia alla fine degli anni ’90 del Reddito Minimo di Inserimento. Non si capisce in base a quali elementi il governo giudichi fallita quella sperimentazione. Il lavoro di valutazione fatta da alcuni studiosi indica alcune criticità e suggerisce possibili correzioni nell’ambito di una esperienza – quella appunto del RMI – giudicata positivamente. Si tratta, di ripartire da lì: dotarsi, cioè, di una misura di contrasto alla povertà, di investire in servizi pubblici, di adeguate politiche per la casa e per il sostegno all’affitto.
In secondo luogo c’è bisogno di far crescere salari e pensioni, perché c’è l’esigenza di migliorare la qualità della vita dei lavoratori e dei pensionati e perché c’è bisogno di avere una crescita adeguata della domanda interna, senza ricorrere – come invece si è fatto fino ad oggi proprio perché è stata preclusa qualsiasi forma di redistribuzione del reddito – all’indebitamento delle famiglie.
*coordinatore del dipartimento Welfare e nuovi diritti della Cgil
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