Le previsioni per l’economia Italiana continuano a peggiorare: è di questi giorni la notizia che, secondo le stime degli economisti, il Pil Italiano dei prossimi due anni sarà di segno negativo. L’Italia si presenta più indifesa degli altri paesi Europei di fronte alla crisi finanziaria mondiale, perché ha scelto, negli anni passati, di competere sul costo del lavoro piuttosto che sull’innovazione. Ha scelto quindi una politica di moderazione salariale, facendo diminuire la domanda interna, ed ha investito poco sul sapere e le protezioni sociali , strumenti necessari per affrontare la crisi sia dal versante della ripresa di produttività che da quello del sostegno alle condizioni di vita delle persone e delle famiglie. Oggi sarebbe necessario invertire questa tendenza e utilizzare le risorse disponibili non solo per salvare le banche ma per sostenere la domanda interna aumentando i redditi medio bassi attraverso la leva fiscale e l’offerta di servizi pubblici a basso costo.
Il Governo si appresta a varare questa settimana il decreto “salva banche” che avrebbe dovuto contenere anche le disposizioni per la detassazione delle tredicesime;sembra tuttavia che non sia possibile ridurre le entrate fiscali( ma la riduzione delle tasse non era la ricetta miracolosa per la ripresa economica?) e allora dalla fantasia al potere nasce una nuova proposta: un prestito di 5000 euro, da restituire in cinque anni con un “modesto” interesse del 4%, per i nuovi nati del 2009. In altre parole, per aiutare le famiglie ad affrontare la crisi economica si suggerisce di ricorrere proprio a quell’indebitamento che ha scatenato la crisi dei mercati finanziari. Il tutto, naturalmente, è in linea con l’idea che ognuno deve salvarsi da sé e che lo Stato deve aiutare solo i “meritevoli”.
Non c’è coscienza che la difficoltà economica che investe le famiglie è il risultato delle politiche di moderazione salariale e di riduzione del welfare perseguite negli anni passati, ascoltando i suggerimenti delle autorità economiche internazionali preoccupate solo del pareggio dei bilanci pubblici e della libertà dei mercati.
Oggi bisogna, invece, fare i conti con la perdita del potere d’ acquisto dei redditi fissi( salari e pensioni) e con la mancanza di infrastrutture sociali capaci di attutire l’impatto della crisi economica sulle persone, in particolare le più deboli. Per questo motivo andrebbero investite risorse nei servizi pubblici a basso costo, che potrebbero rispondere a due obiettivi, quello di rafforzare le reti di protezione sociale per i cittadini e quello di creare occupazione.
Le famiglie con figli non hanno bisogno di prestiti ma di salari dignitosi, di asili nido a costi contenuti, di buone scuole, di spazi cittadini fruibili dai bambini per i loro giochi. Tutto questo richiederebbe scelte di priorità nella spesa pubblica assai diverse da quelle che si stanno facendo e richiederebbe il coraggio di riconoscere il fallimento di questo modello di sviluppo.
Forse una società meno ricca ma più accogliente potrebbe aiutare i giovani a desiderare dei figli, più di quanto possa fare la promessa di un prestito da restituire allo Stato.
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