Dunque gli studenti dell’Università di nuovo allo prova di un appuntamento di massa, questa volta insieme al maggiore sindacato italiano, la CGIL e al mondo della scuola. La CISL e la UIL si sono sfilate da questo impegno, sottovalutando, con un grave errore politico, la portata della posta in gioco. Com ‘è noto, il movimento è nato per opporsi alla L. 133. Un provvedimento che stabiliva un taglio di spesa di circa 1 miliardo di euro nei prossimi 5 anni, un turn over destinato a sostituire una unità di personale ogni cinque pensionate, e infine la prospettiva di trasformare le Università in Fondazioni di diritto privato. Si tratta, come hanno capito ben presto soprattutto gli studenti, e come tardano a capire le classi dirigenti italiane, di una minaccia mortale per gli studi universitari e per la ricerca nel nostro Paese. I tagli finanziari si vengono ad aggiungere a restrizioni finanziarie prolungate nel tempo. Ricordo che secondo dati OCSE la spesa pubblica annuale per studente in Francia è di 10.995 dollari, 12.446 in Germania, 13.506 in Gran Bretagna. In Italia è di 8.026, ben al disotto della media dei Paesi industrializzati raggruppati nella OCSE, che è di 11.512. Ogni commento è superfluo.
Ma anche la misura del turn over è una scelta di straordinaria gravità, che solo chi ignora profondamente la condizione dell’Università italiana può sottovalutare. E questa ignoranza, indegna di un Paese civile, riguarda un po tutti, ceto politico, imprenditori, intellettuali e, colpevolmente, una parte del mondo sindacale. Quel mondo che per mestiere dovrebbe conoscere i problemi di una istituzione chiave per il nostro avvenire. Un dato su tutti domina oggi la vita delle nostre Università: la vetustà dei docenti. Le nostre Facoltà sono popolate di vecchi. Ci sono persone di valore al loro interno in tutti i campi del sapere. Ma nell’Università italiane si fa fatica a trovare giovani ricercatori, che non siano in una condizione di precarietà. Nell’ultimo decennio i concorsi nelle varie discipline hanno sanato soprattutto vecchie pendenze, vale a dire collocato nel ruolo di docenti una folla di ricercatori già invecchiati. E negli anni recenti pochi giovani sono entrati in questo ruolo e altrettanto pochi in veste di ricercatore. Quindi, non prevedere una immissione in massa di giovani docenti nei prossimi anni significa di fatto ridurre a una esigua pattuglia il corpo docente. La stessa precarietà dei pochi giovani è poi una ipoteca grave per i risultati stessi degli studi e della ricerca.Che cosa di grande potrà mai nascere dai lavori di studiosi che non hanno nessuna certezza del loro domani, che non possono impegnarsi in una ricerca di lunga lena, che non sono certi del sostegno finanziario degli anni venturi ? Tutti ciò che di grande e di duraturo hanno prodotto la scienza e i saperi umanistici sino a oggi è sempre stato il frutto di lunghi e pazienti studi. Cosa mai potrà nascere dalle Università italiane, popolate da docenti anziani e immalinconiti e da giovani senza risorse e senza prospettive?
Infine, le fondazioni private: la corda a cui far impiccare le Università ormai private delle risorse per vivere. Il governo mostra di insistere su questo punto, mentre si contorce in controproposte confuse sui punti precedenti. Ma proprio qui sta la proposta più oscena e impresentabile di quella legge.L’ultimo cascame ideologico di una stagione del capitalismo oggi in rotta viene presentata come una grande soluzione delle difficoltà attuali dell’Università. Ma dove sono i capitali filantropici in questo Paese, nel quale – come ricordava nel dopoguerra il Governatore della Banca d’Italia Donato Menichella - sono storicamente carenti i «capitali di rischio» perfino per le attività produttive? Un capitalismo eternamente bisognoso della stampella statale dovrebbe finanziare studi non finalizzati a scopi strumentali?. E quale imprenditore, benefattore privato dovrebbe investire i propri soldi per remunerare docenti che tengono lezioni su Dante o Manzoni, che insegnano latino o civiltà dell’Oriente antico ? E che fine farebbe la nostra tradizione culturale, gli studi umanistici, il patrimonio di civiltà che è parte integrante dell’identità italiana nel mondo?
Gli studenti in lotta, partiti timidamente, sono oggi animati da una determinazione straordinaria che è assolutamente inedita, senza precedenti. A un certo punto è uscito fuori dal movimento il grido di Ammanniti,« io non ho paura». E’ stato un urlo doloroso, ma liberatorio. In quel momento i ragazzi hanno capito una cosa drammatica e fondamentale: davanti a loro, davanti a una intera generazione, oggi si para il nulla. Una volta finiti i loro studi nessuna prospettiva di lavoro, di ricerca, di professione attende gli anni della loro piena giovinezza. Un classe dirigente, vecchia, rancorosa, miope, priva di un qualche ravvicinato orizzonte ha innalzato un muro di inettitudine e indifferenza di fronte al loro avvenire. E allora questi studenti hanno capito che non hanno proprio nulla da perdere, che il solo potere di cui dispongono se lo sono conquistati da soli. Questo potere è la lotta che hanno messo in piedi, un < capitale contrattuale» che non molleranno tanto facilmente. Oggi la lotta non è contro una legge, sconfitta sul campo con una mobilitazione senza precedenti, ma per una Università da rinnovare profondamente, da sostenere con risorse di dimensioni europee. E sono ora gli studenti, che avanzano le proposte, che si son messi a studiare le vecchie e fallimentari riforme dell’età neoliberista, che vogliono prefiguare con docenti e altre forze disponibili le linee di un possibile futuro dell’Università.
*docente di storia contemporanea alla Facoltà di Lettere e filosofia della Università La Sapienza di Roma
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Compagne e Compagni che oggi
Compagne e Compagni che oggi sarete in piazza, occhio!
Da ieri, dopo la sentenza sui fatti della Scuola Diaz di Genova accaduti durante il G8 di Genova, la tortura, la violenza della polizia, la repressione del dissenso NON E' PIU' REATO.
Lo ha sentenziato proprio quella Magistratura che paradossalmente noi in primis, ne abbiamo sempre difeso l'autonomia!
Nessun pentimento ma solo una grande amarezza ossia l'amarezza di veder utilizzata questa autonomia da Magistrati che non osano, come mai hanno osato, andare più di tanto contro chi dovrebbe far rispettare le leggi e per primo le viola.
Occhio ragazzi perchè video, foto, audio, prove, e centinaia di testimonianze sui fatti di Genova in un REGIME (ORMAI NON SI PUO' PIU' CHIAMARLO IN ALTRO MODO) AUTORITARIO, non sono serviti a nulla se non a chiarirci che non si scherza con chi comanda.
Chi ha sospeso la democrazia in quelle ore di terrore sia alla Diaz che a Bolzaneto, sa che la risposta alla loro domanda è arrivata: via libera ai manganelli!
Stefano Longo
SD Reggio Emilia