Federalismo. Un’altra “riforma” che taglia, questa volta al sud

Federalismo, si? Federalismo, no? É solo questione di soldi.
Il resto passa tutto in secondo piano. A far paura è, infatti, la delega al Governo
in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119
della Costituzione, che prevede una vera e propria rivoluzione dell’architettura
fiscale di Stato e regioni. La riforma del Titolo V della Costituzione - quello
riguardante regioni ed enti locali - approvato dal governo di centro sinistra nel
2001 era andato in porto a colpi di maggioranza, ma, sostanzialmente, senza
grosse proteste proprio per il fatto che non andava ad intaccare l’aspetto fiscale
del federalismo.
Adesso il rischio, invece, è quello di spaccare l’Italia. Attorno alla riforma per il
federalismo fiscale che dovrebbe trovare la sua ratio nell’indirizzare la spesa
pubblica verso una maggiore efficienza e trasparenza, con tutto quello che ne
conseguirebbe in termini di taglio degli sprechi e controllo da parte dei cittadini
dell’operato della classe dirigente più a loro vicina, si cela, o meglio sarebbe
dire, si palesa, il tentativo di trasferire risorse dal sud povero e “sprecone”
verso il nord ricco e “laborioso” che, si presume, saprà meglio spendere il
gettito in surplus che gli deriverà dalla riforma. Con la nuova riforma, si legge
nella relazione che accompagna la delega al governo, “viene garantito un sistema
di trasferimenti perequativi capace di assicurare il finanziamento integrale
(calcolato in base al costo standard) dei livelli essenziali delle prestazioni che
concernono istruzione, sanità, assistenza, cui è assimilato il trasporto pubblico
locale, e le funzioni fondamentali degli enti locali”. Questo meccanismo
andrebbe a sostituire quello della spesa storica che informa l’attuale sistema di
trasferimenti dei fondi verso le regioni. “Attraverso questa impostazione – continua
la relazione - si ottiene sia il risultato di un’ordinata responsabilizzazione
finanziaria delle regioni e degli enti locali sia la possibilità di sviluppare, a
livello regionale e locale, politiche economiche anche attraverso la leva fiscale.”
Inutile dire che per le regioni più povere non ci saranno i soldi per nessun
genere di leva fiscale o politica economica.
La riunione tra i sette presidenti delle regioni del sud tenutasi recentemente a Palermo nasce
proprio da qui. Dopo aver fatto il punto della situazione e aver denunciato il
tentativo del governo Berlusconi di togliere risorse al meridione i governatori
hanno sottoscritto una dichiarazione d’intenti volta a tutelare gli interessi del
meridione. ''Mamma li turchi!'', senza alcuna offesa per i veri turchi, naturalmente,
ma quelli che si sono riuniti a Palermo sono le teste di ariete di coloro
che non amano il federalismo fiscale''. Così il governatore della Regione
Veneto, Galan ha apostrofato l’incontro di Palermo. E’ in effetti, questa riforma
fiscale è frutto dell’asse Tremonti – Bossi che già nel passato governo Berlusconi
aveva fatto pesare il proprio volere. Ora, l’ottimo risultato elettorale
raggiunto nelle ultime elezioni consente alla Lega di marciare spedita verso
il federalismo e di forzare gli equilibri politici cercando di strappare quanto più possibile al sud.
Questo dato sembra certo dato che un autorevole rappresentate del governo,
qual è il ministro Sacconi, ha affermato che il successo del federalismo si vedrà
dal risultato che si otterrà per contenere la spesa sanitaria al sud. Insomma, da
quanto si riuscirà a tagliare.
E, pure, qualche perplessità sorge spontanea. Sull’entità di sprechi, inefficienze
e clientelismi che promanano da mamma Regione Sicilia è obiettivamente difficile
nutrire dubbi. E, poi, lo scalpitare di Lombardo, la recente “rivolta sudista”, ricorda molto le passate
proteste sicilianiste tutte rivolte a tutelare i “sacri interessi” dell’isola, in altre
parole, gli interessi e le immunità della locale classe dirigente. Altro che interessi
del popolo siciliano! A questo si aggiunge la totale incapacità da parte
della regione di spendere i finanziamenti europei, che anche quando utilizzati,
finiscono spesso nelle mani d’imprenditori più o meno legati a cricche politiche
e in odor di mafia. Che abbia ragione la Lega? Proprio, no. Infatti, fino
a quando il quadro politico rimarrà questo l’unico interesse del partito padano
rimarrà quello di strappare quanti più soldi possibili alle regioni del sud “assistite”
dalla ormai, sempre più logora, generosità del nord, non certo quello di
provare a risolvere l’annosa questione meridionale del nostro Paese. Sono,
 infatti, in parte anche le stesse classi dirigenti del sud che si vogliono colpire ad
aver consentito alla destra di andare al governo. Di qui l’accezione tutta demagogica
della Lega di voler moralizzare la nostrana classe dirigente. Insomma, ritorna alla
mente la tanto inflazionata, quanto aderente alla realtà, frase di gattorpadiana
memoria che si cambia tutto per non cambiar nulla. Lo dimostrano i lauti finanziamenti
dati al comune di Roma e a quello di Catania per salvarli dai propri
bilanci dissestati. Un fatto però c’è, a prescindere dalla polemica in corso, ed è
il dirottamento dei fondi FAS (fondi per le aeree sottoutilizzate) - per l’85%
destinati al sud - verso altri capitoli di spesa, come, ad esempio, quello
dell’Expo di Milano, la cui giustificazione sotto forma di aiuto ad area sottosviluppata
rimane quanto mai ardua. Il conflitto nord – sud è iniziato e sembra in maniera preoccupante essere trasversale agli schieramenti. Per questo, in mezzo all’indifferentismo generale, e alle manovre che vorrebbero reagire all’attuale crisi - dove il meridione non è neanche citato -, è bene che la nuova sinistra ponga al primo posto della sua piattaforma politica il problema del sud, che è la vera questione sociale di questo paese. Perchè risolvere il problema dello sviluppo e del lavoro al sud significa aver risolto la gran parte dei problemi del nostro Paese.





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