La parola "vergogna" è risuonata più volte nella sala, durante la tesa riunione della commissione esteri del Parlamento Europeo alla presenza del giovane ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic.
La scelta di essere presente al Parlamento Europeo a quattro giorni dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo segnala innanzitutto, pur nella drammaticità del confronto, la volontà di non rompere il filo del dialogo tra Serbia ed Europa.
Il Parlamento Europeo non ha alcun potere rispetto al riconoscimento del Kosovo, esso è attraversato dalle stesse divisioni che si sono verificate tra i governi, e tuttavia è ancora una volta la sede dove il dialogo continua e può continuare in modo costruttivo.
Il ministro, dal suo punto di vista, ha espresso in modo efficace la grande frustrazione del suo Paese e del suo popolo.
Ascoltandolo, al netto della retorica che la circostanza indicava, l'affermazione più efficace che gli ho sentito usare è l'ammonimento all'Europa ed alla comunità internazionale che, mentre a Slobodan Milosevic, con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, si è riconosciuta l'unità territoriale dello Stato serbo, mai messa in dubbio finché il dittatore serbo è rimasto in carica, oggi al contrario si colpisce e si punisce la Serbia democratica con un atto per essa insopportabile.
E' vero, come forse molti sostengono, che il protrarsi del negoziato non avrebbe portato a nulla, ma perché arrivare al riconoscimento unilaterale solo ad una settimana dalla vittoria del Presidente filo-europeo Tadic sul nazionalista Nikolic?
Qualunque persona ragionevole avrebbe dato tempo al nuovo presidente quanto meno di prepararsi a questo passaggio.
Anche perché se, come si dice, il Kosovo era e rimarrà un protettorato, cosa ha giustificato allora questa precipitazione?
Il mio convincimento è che ancora una volta siano gli Stati Uniti a dettare l'agenda e che l'Europa abbia seguito anche a prezzo di profonde divisioni al suo interno e di crisi di lungo periodo alle sue porte.
Mi auguro che chi, come il governo italiano, si appresta ad essere tra i primi a riconoscere il Kosovo, abbia ben valutato gli effetti possibili.
E' vero che la Serbia non può reagire con la violenza e forse fa di questa necessità virtù sostenendo che mai userà la forza, evocando strumenti politici e diplomatici.
Ciò detto, non mi illuderei sul fatto che il Kosovo possa rimanere un caso a sé, un episodio che non creerà precedenti .
A suffragio di questa mia tesi, è sufficiente guardare la mappa dei paesi che non intendono riconoscerlo e capire che, al contrario, lo spettro delle secessioni si va diffondendo nel mondo a tutte le latitudini e in tutti i continenti. Non ci stupiscano quindi le reazioni accorte e preoccupate, in contesti e realtà politiche diverse, dalla Bolivia di Morales al Canada, da Cipro alla Spagna, dal Marocco alle Filippine e, non da ultimo, le dichiarazioni di alcuni esponenti dell'autorità palestinese, i quali vedono anche provocatoriamente nella unilateralità una possibile via d'uscita. Non commento invece, per la gravità stessa delle sue parole, le affermazioni dell'onorevole Borghezio, che nell'ufficialità dell'aula di Strasburgo si è permesso di strumentalizzare una situazione così delicata come quella del Kosovo per riportare alla ribalta la pretesa aspirazione di indipendenza della Padania.
Il clima che si respira in questi giorni mi ricorda quello che precedette la prima guerra del Golfo.
Oggi come allora l'Europa,che continua a suscitare tante speranze al di fuori di sé, soprattutto per la capacità che le si attribuisce di regolare i conflitti pacificamente e sulla base del diritto, si rivela impotente e talvolta arrogante.
Fatima Mernissi descrive molto bene tutto questo nel suo bel libro "La democrazia e il mondo arabo", sostenendo la caduta del mito dell'Europa agli occhi del mondo arabo - e soprattutto di molti giovani - a causa del reiterato uso della forza e dell'incapacità di esprimere una propria autonomia politica rispetto agli Stati Uniti.
Non vorrei che la stessa sindrome tocchi l'insieme dei Balcani, almeno di quei Paesi, come la Serbia, che sono ben lungi da un ancoraggio certo ed irreversibile all'Unione Europea.
A questo fine bisognerebbe smetterla di recitare la litania che il futuro della Serbia e dell'insieme dei Balcani è nell'Europa e cominciare a definire percorsi e scadenze stringenti, anche perché oggi abbiamo a che fare con una Serbia democratica. Domani, anche a causa del lutto per la perdita del Kosovo, le divisioni che rendono fragile l'attuale equilibrio filo-europeista potrebbero ribaltare completamente lo scenario.
Vice-Presidente del Gruppo Socialista al Parlamento Europeo
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Siccome le scelte dei
Siccome le scelte dei governi non sono mai dovute a ignoranza politica ma sempre rappresentano interessi economici molto forti mi chiedo, in modo retoriconaturalmente, quali siano gli interessi tenendo conto che di sistemi ex socialisti non ne esistono più in europa?
Bologni Cesare