Di fronte allo scenario assolutamente inedito che tende a definirsi all’orizzonte per i caratteri inediti e prorompenti della crisi economica e finanziaria e che sconvolge molti dei parametri di riferimento, della politica mondiale come di casa nostra, ma anche per i cambiamenti in positivo che noi tutti auspichiamo possano derivare dal’elezione del nuovo Presidente degli USA, è fortissima l’esigenza che la sinistra italiana esca dal recinto soffocante del suo parlare di sé per cercare invece di tenere insieme il problema reale e grandissimo del suo futuro con la necessità di rendere conto - a se stessa prima di tutto - del modo come si misura e si è misurata col presente.
Non possiamo non chiederci come mai, alla fine questo primo decennio del XXI secolo, si sia aperto, come mai prima d’ora, un interrogativo pesante sul futuro della sinistra in Italia, sulla sua funzione politica, sulla sua capacità almeno di concorrere a esprimere la guida del paese, sulla sua potenzialità di espandersi oltre i vecchi confini. Io penso che troppo a lungo ci siamo interrogati sul chi siamo e forse faremmo meglio a concentrarci sul a cosa serviamo, a cosa serve una sinistra nell’Italia di oggi e nel mondo nuovo in cui siamo.
L’identità è un prodotto della storia: c’è se abbiamo una funzione, e si perde se ci lasciamo mettere nell’angolo. E in questo ca¬so ci possiamo consolare con l’ideologia, con l’integrità dei valori, con la fermezza di chi non conosce i se e i ma. Ma se tutto ciò non incide nella realtà, è solo una costruzione di sabbia che prima o poi si sfalda. Il rischio che io vedo è quello di riprodurre una discussione tutta ideo¬logica, scissa dalla realtà: da un lato la sinistra, con i suoi vessilli di sempre, con una sua identità immutata, cristallizzata, dall’altro l’incubo di una de¬riva moderata, di uno snaturamento, che si materializza oggi nel Partito Democratico. Dentro questo schema, tutta la discussione precipita intorno a questa falsa alternativa.
La domanda giusta è dunque a cosa serviamo?, perché la sinistra non è un fatto “trascendentale” né esistenziale, da custodire nel cuore – come ci invitò a fare Bersani all’ultimo congresso dei DS - ma un soggetto storicamente determinato e quindi la sua ragione storica va rimotivata e non basta più affidarsi agli “eterni valori” della sinistra. La condizione essenziale per fronteggiare, senza smarrirsi, vicende anche molto drammatiche e colpi che possono essere anche molto duri, come quelli di questi mesi, è ritrovare il filo di un pensiero realistico, che motivi il fatto che per la gente, per il Paese, è vitale l’esistenza di una sinistra popolare di governo, cioè di una forza democratica radicata nella realtà profonda del popolo italiano e capace di esprimere una nuova classe dirigente. Su questo sfondo i nostri errori e le nostre debolezze diventano ancora più evidenti. Sono errori che possono essere corretti solo se su questa strada essa è decisa ad andare avanti senza essere tentati da arretramenti nostalgici dettati più da una esigenza emotiva consolatoria che dal coraggio della sfida.
Forze politiche della sinistra che, a fasi alterne, per anni hanno governato il paese e che partecipano direttamente alla guida di tante città, non possono non chiedersi perché non riescono improvvisamente a crescere oltre il 3-4 per cento dei voti. Come si spiega che la sinistra ha perso e registra non qualche difficoltà ma una crisi grave in termini di voti, di tenuta delle alleanze, di perdita di quel patrimonio più profondo che si chiama fiducia con i suoi stessi elettori tradizionali?
E dobbiamo capire perchè si stenta a coalizzare culture e forze diverse. E la risposta dobbiamo darcela noi, liberando le nostre menti da molti schemi e abbandonando il terreno delle polemiche di corto respiro. Gli errori contano, certamente, e non possono essere ignorati ma alla base di essi c’è qualcosa di più profondo che va ricercato smettendola di abbandonarci all’estetica della catastrofe.
Nell’azione di governo fra il 2006 e il 2008 abbiamo dovuto fare i conti non soltanto con le nostre debolezze ma con la vecchia vocazione corporativa di un capitalismo italiano che non riesce a farsi carico dell’interesse nazionale.
La nostra azione di governo è stata sfidata soprattutto dal fatto che milioni di persone vivono già sulla loro pelle una condizione per cui vengono meno tutte le vecchie certezze: il futuro dei figli, le nuove professioni, il modo di lavorare e di fare impresa, le tecnologie da maneggiare, il doversi misurare con un mondo sempre più aperto ma anche molto più rischioso e competitivo, il venir meno delle vecchie protezioni dello Stato. Gli interrogativi che essi rivolgono alla politica sono quindi molto grossi. E sta nella difficoltà della sinistra a rispondervi, sta nel suo incorreggibile vizio di parlare troppo di se stessa il nostro limite più forte.
Questo paese chiede un orizzonte più certo entro il quale collocare i suoi progetti di vita, di lavoro, di impresa; chiede una ridefinizione delle ragioni dello “stare insieme” nel momento in cui la frontiera nazionale si è spalancata e, quindi, si trova esposto a una concorrenza sempre più forte, anche tra territori. Tutta la vicenda politica è condizionata da questo grumo di contraddizioni. Con le conseguenze che vediamo, in tutto l’Occidente: paura del futuro, rottura dei legami sociali, e quindi spinte autoritarie e securitarie condite con la demagogia del neo-populismo e del leaderismo plebiscitario.
Ecco dunque una prima risposta all’interrogativo su quale sia la ragione per cui la sinistra dovrebbe vivere. Difendere ed estendere la democrazia.
È su questo piano che deve prendere corpo e visibilità l’alternativa alla de¬stra: partecipazione sociale contro decisionismo, pluralismo e auto¬nomia dei soggetti sociali contro la concentrazione del potere nelle mani di un leader carismatico. È questo un punto decisivo, da rende¬re più chiaro, come l’asse di una proposta alternativa.
Il secondo punto che voglio sottolineare è la dimensione sociale, pri¬ma ancora che politica, del progetto politico della sinistra a cui vogliamo dare vita e corpo. Non esiste riformi¬smo senza soggetti sociali, senza rappresentanza, senza una rete so¬ciale che si vuole riappropriare della politica e che costruisce un suo progetto, un suo modello di relazioni, coltivando tutto il grande spa¬zio intermedio tra Stato e mercato, tra i due estremi del dirigismo po¬litico e del liberismo senza regole. Costruire il campo della sinistra significa organizzare questa rete sociale: il sindacato, l’associazioni¬smo, l’imprenditoria diffusa, le autonomie locali, i luoghi del sapere. Il progetto è l’espressione delle forze che si vogliono rappresentare. Se abbiamo chiaro il blocco sociale di rife¬rimento, i programmi vengono da sé.
Terzo punto è il territorio.
Un tempo si sarebbe detto che la sede del conflitto cen¬trale erano i luoghi di lavoro. Oggi, nel lavoro addomestica¬to, precario e sempre più subalterno, non è - probabil¬mente - più solo così. Per questo condivido quanti propendono ad indicare la via catalana come un interessante direzione di lavoro: ricreare socialità nella dimensione territoriale. La proposta di una democrazia che si sviluppi dal basso nel rinascere delle politiche locali.
Il movimento degli studenti e delle studentesse che in questi giorni ha dato uno scossa al nostro torpore e alla nostra sterilità creativa, deve farci riflettere una volta di più sui nostri limiti, i nostri codici indicibili ed illeggibili fuori dal cerchio della nostra sfera autoreferenziale.
Dobbiamo riflettere di più e meglio sul perché la politica ha perso a tal punto consenso e perfino legittimità. La spiegazione non può consistere solo nella debolezza di tanta parte del personale politico. Se la società italiana non riesce a darsi una identità e una forma, se la realtà appare così magmatica e di così difficile lettura, forse allora il problema non è rappresentato solo dai partiti con le loro avvilenti diatribe, ma queste manifestazioni non sono che l’effetto, e non la causa, dalla crescente debolezza della politica rispetto a una economia che si mondializza e che condiziona sempre più le grandi decisioni.
In questi anni, in Italia, si sono formate oligarchie economiche e finanziarie, grandi e piccole, che ostacolano la liberalizzazione dei mercati, che rifuggono la competitività e che scaricano sulle piccole imprese, sul lavoro autonomo e sul lavoro dipendente l'onere di reggere il tessuto produttivo nazionale.
E’ cambiata, e non solo in Italia, la visione che l'impresa ha del proprio ruolo socia¬le. Negli ultimi decenni si è affermato il principio secondo cui il compito dell'impresa è prima di tutto quello di produrre ricchezza. Compito del manager non è più quello di far crescere fatturato e occupazione, di mantenere la pace sociale, di farsi carico di compiti o problemi diversi da quelli del proprio business, ma quello di creare valore per i pro¬pri azionisti. Non più la stakeholder company, ma la sharehol¬der company.
Non solo, tra queste forze vi è chi ambisce a condizionare la politica, a dettarne i tempi e le scelte, a condizionare e persino a determinare la nascita, la vita, la morte dei governi.
È una politica debole quella che subisce, senza reagire, un ruolo subalterno.
Perciò diventa difficile per la sinistra difendere i diritti e i poteri del lavoro e del cittadino. Perchè viene meno la capacità della politica di affermare una propria idea della società e di esprimere una sua visione dell’interesse generale. Ecco il tema che noi dobbiamo collocare sullo sfondo: come può la sinistra riaffermare il suo ruolo se non si misura con la perdita di potere della politica rispetto alla inaudita potenza dell’economia finanziaria e della conoscenza? Ma soprattutto se non si misura con la più inquietante novità conseguente alla mondializzazione e che si può riassumere nell’interrogativo se, e come, sia possibile pensare la democrazia rappresentativa e garantire un sistema di diritti universali in un mondo in cui la sovranità non è più esclusiva dello Stato-nazione.
Ancor più alla luce degli eventi traumatici nel campo dell’economia e della finanza in queste settimane e dei successivi sviluppi che essi avranno sull’economia reale, dobbiamo sentire l’imperativo categorico di spostare la nostra discussione su questo terreno più avanzato. Un terreno utile anche per spezzare la spirale dei dissensi politici che degenerano in lotte personali e le diversità in lacerazioni. Convinto come sono che questi fenomeni sono anche la spia della mancanza di “qualcosa” che viene prima dei programmi. Parlo della mancanza di un pensiero, un nuovo pensiero capace di leggere il mondo nuovo in cui siamo immersi. Qualcosa di analogo al pensiero con il quale la vecchia sinistra lesse il Novecento (le classi, lo Stato, il conflitto capitale-lavoro ecc.). E che perciò diventò senso comune e si tradusse in messaggi semplici, suscitò convinzioni, lotte, speranze.
Questo ci manca. Un pensiero capace di restituire alla sinistra il sentimento di una funzione storica e al tempo stesso di dare alla politica una nuova dimensione.
Un pensiero che elabora una critica della società moderna e quindi una idea concreta dei grandi cambiamenti necessari e delle forze reali (forze sociali ma anche di nuove istituzioni) che li rendono possibili.
I problemi che la sinistra italiana deve affrontare se vuole andare oltre i vecchi confini e tornare ad affermare la sua capacità di guida sono, quindi, molto radicali.
Cambiare l’Italia – Una nuova questione morale e la riforma della politica
Fra questi, centrale, il bisogno che ha l’Italia di una grande rigenerazione morale, politica, sociale, culturale e civile a partire dalle sue classi dirigenti territoriali.
Si è aperta nel Paese una nuova e inquietante questione morale. La riforma della politica e il ripristino dell'etica pubblica sono oggi una questione democratica e istituzionale non più rinviabile per l'Italia e per la sinistra.
Non può esserci alcuna rigenerazione della nostra democrazia senza una profonda riforma della politica.
In questo quadro obiettivo fondamentale per il progresso civile dell'Italia è la lotta contro la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, contro tutti i gruppi della criminalità organizzata italiana ed estera, che in alcune aree del paese costituiscono un sistema di potere capace di indebolire e calpestare la democrazia e, in altre, si stanno insediando pericolosamente conquistando i gangli dell’economia.
L'impegno senza quartiere contro le mafie e gli intrecci tra politica, affarismo e criminalità deve essere prioritario, quotidiano e diffuso sul territorio.
La separazione tra finanza, economia e politica deve essere netta e chiara. Si devono esigere sobrietà ed esemplarità dei comportamenti, correttezza e rigore nell'azione amministrativa, un tempo tratti distintivi della sinistra italiana.
La drastica riduzione degli abnormi e crescenti costi impropri della politica è una priorità.
Ecco dunque l’imperativo: tornare a dare dignità alla politica, la dignità che era conferita alla politica quando essa si configurava come un orizzonte di riferimenti e di teorie utili al dibattito ideale e alla prospettiva sociale.
Una cosa più di tutte mi ha colpito dei ragazzi e delle ragazze che in queste settimane hanno, come un Onda, invaso le strade e le piazze d’Italia, è stato il loro intelligente differenziare e specificare – nelle interviste – il rifiuto dei partiti da quello della politica. Quasi a significare la consapevolezza che il Fare politica, vivere le lotte politiche, esaminare la realtà complessa e spesso conflittuale che la circonda, sintonizzarsi con le aspirazioni alla giustizia e alla libertà, fa scoprire, sentire, gustare, abbracciare la democrazia e la giustizia.
UNIRE LA SINISTRA
La sonora sconfitta subita il 13 e il 14 di aprile, i processi politici in atto pongono l’esigenza di ripensare tutta la sinistra italiana.
Se speri di uscire dalla trappola identico all’uomo che eri quando ci sei caduto, morirai. Se riesci invece a considerarti morto, se ti rassegni che la vita è perduta, eccoti trasformato. Chi non accetta di perdere la vecchia vita deve rassegnarsi alla morte. (Sun-Tzu, saggio stratega taoista, 500 a.C.)
In genere dopo le sconfitte la sinistra è solita andare in analisi e alla fine si producono danni peggiori delle sconfitte stesse.
La nostra responsabilità ci impone invece di cercare, malgrado la sconfitta e in seno alla sconfitta, quegli elementi che servono per trasformare quest’ultima in vittoria futura.
Stavolta bisogna affrontare i tempi di una riflessione seria e fredda. Rimettere in moto prontamente i vagoni se si vuole evitare che si schiantino l’un contro l’altro.
Vanno rimossi e combattuti i vizi personalistici, rancori e risentimenti che inquinano il dibattito e fanno perdere di lucidità.
Per compiere questo cimento è evidente che l’analisi della sconfitta non può risolversi in una mera questione di tecniche di apparentamenti elettorali mancati: si vince o si perde prima di tutto nella società.
Il 5 maggio dello scorso anno siamo nati a Roma, come movimento della Sinistra Democratica per il Socialismo europeo, per affermare la necessità storica che anche in Italia, oggi e domani, sia presente un’autonoma forza democratica e socialista, laica, riformista e ambientalista parte integrante del Pse.
Sinistra Democratica, era scritto nel nostro atto di nascita e oggi nel nostro statuto, vuole essere un movimento diffuso su tutto il territorio nazionale, radicato nel mondo dei lavori, della cultura, delle nuove generazioni, che assume il rinnovamento della politica, forme nuove di partecipazione e la “questione morale” nel suo programma fondamentale.
Questo processo ha valore se, all’incontro tra le forze politiche, si accompagna l’iniziativa culturale e politica sul territorio. Se il tutto dovesse ridursi ad accordi burocratici fra ceti politici, ci si assumerà la responsabilità di spegnere un progetto che, al contrario, può essere carico di fascino e di attrazione per nuovi consensi e per rimotivare tanti dispersi della militanza politica.
Per noi questo percorso non può più essere rinviato. Deve iniziare subito.
Harold Wilson, primo ministro laburista nell’Inghilterra degli anni ’70 una volta disse che “in politica sui tempi lunghi siamo tutti morti”. C’è una differenza tra noi e la destra, una delle tante, ed è che noi non abbiamo tempo: siamo come un centravanti che dopo 20 anni di panchina è chiamato a tirare un calcio di rigore al 90esimo, non sappiamo quando ci sarà data un’altra occasione. Alla sinistra questo paese, lo si è visto in aprile, concede poco o nulla.
E’ dunque dal territorio che vogliamo ripartire per concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico della Sinistra, aperto e plurale. La Costituente di un partito – chiamiamo le cose con il loro nome, anche se con forme e pratiche innovative –, un partito della Sinistra Italiana in grado di raccogliere le tante energie e risorse, singole e associate, umane, politiche ed intellettuali che si riconoscono nella necessità di un processo unitario della sinistra al servizio del Paese. Un soggetto che oggi lavori all’unità dell’opposizione al governo delle destre – dentro e fuori il Parlamento – e alla costruzione di una nuova alleanza di governo in grado di sconfiggere, in un futuro ravvicinato, politicamente e numericamente, le destre e di offrire al Paese un’alternativa di governo.
Questo progetto non può non essere messo al lavoro se non partendo anche dallo spazio locale che ci consente di aggregare esperienze diverse e non tutte riconducibili ai partiti esistenti o alle loro componenti. E’ lo spazio locale che consente di recuperare più efficacemente e nell’immediato il rapporto tra politica e dimensione concreta dei problemi. La cultura del territorio potrebbe essere il terreno di coltura di un nuovo personale politico. Il territorio come terreno dove avviare esperienze di innovazione politica e – al tempo stesso – tenerle collegate in un disegno generale e nazionale.
Sappiamo che questo è il nocciolo duro della crisi che stiamo attraversando. Sappiamo che le politiche locali sono entrate in crisi per un deficit di riconoscibilità dovuto ad una modifica sostanziale della composizione sociale: vuoi per l'invecchiamento, vuoi per l'emigrazione, vuoi per l'immigrazione, vuoi per la perdita di peso di alcune istituzioni che svolgevano un ruolo di "supplenza" - come la famiglia, le polisportive, le stesse sezioni e Case del Popolo, gli oratori, la scuola - vuoi per la segmentazione del quadro sociale e per un processo di tendenziale corporativismo. Senza la politica capace di dare una interpretazione complessiva degli interessi particolari prevale la frammentazione corporativa della società.
Il fenomeno del comitatismo, pur essendo il sintomo di una vitalità sociale che non si rassegna al ripiegamento silenzioso in se stessa, è però il segnale più forte della crisi della politica e della rappresentanza storica tra quelli emersi negli ultimi anni: la tendenza a perseguire interessi particolari e in ogni caso disgiunti da qualsiasi consonanza con il resto della comunità. Abbiamo visto delinearsi nuove forme del conflitto portate dai Comitati (di quartiere, di caseggiato, legati all’Alta Velocità oppure alla presenza di prostitute, di spacciatori,...). Qui, abbiamo visto come una rappresentanza locale, temporalmente definita, mirata allo scopo, non giocata sul mercato della politica oltre lo spazio necessario a se stessa per ottenere lo scopo, descrive una nuova mappa sociale.
E così come cambia la forma della rappresentanza, cambiano anche i luoghi e i tempi della rappresentanza e del conflitto e in generale vi e una riduzione delle possibilità di una contrattazione.
Certo le motivazioni possono essere molte e sicuramente ne ho dimenticata qualcuna, ma ciò che mi preme osservare con preoccupazione è che è in atto una sorta di dissolvenza della comunità, che è anche una perdita di visibilità dei meccanismi che regolano la convivenza sociale e segno di una necessità di tornare a guardare le ricadute locali dei processi di internazionalizzazione e globalizzazione.
In questo contesto è assolutamente necessario passare da comunità difensive a comunità progettuali.
Il processo costituente ha certamente i suoi tempi, le sue dinamiche ma queste non possono non passare – certo non in maniera esclusiva - attraverso un primo banco di prova rappresentato dalle prossime elezioni amministrative del 2009. In Abruzzo, i compagni e le compagne sono impegnate in una sfida difficilissima dell’appuntamento elettorale anticipato alla fine di questo mese. Hanno svolto un ruolo importante di cucitura e di cerniera per la ricostruzione di una allenaza ampia e, auspichiamo tutti, competitiva. Lì, come nelle province autonome di Trento e Bolzano, sperimentiamo una prima forma di unità nelle liste de La Sinistra per….
E’ in questa direzione che dovremo lavorare nelle prossime settimane in tutto il territorio. Abbiamo però bisogno di dare rapidamente a queste esperienze un riferimento simbolico, politico e programmatico unitario e nazionale, come ci viene richiesto con forza da tutti i territori.
Ed è per le ragioni sopra indicate che queste liste dovranno sfidare, sul terreno dei contenuti e dei programmi, in primo luogo il PD per la ricostruzione di nuove coalizioni di centrosinistra, nella consapevolezza che la democrazia dell’alternanza si esprime fondamentalmente nel confronto e nella dialettica di un bipolarismo tra coalizioni formate da più partiti e soggetti che non può e non deve essere scambiato con il bipartitismo, che reputo una prospettiva realisticamente aderente alla nostra storia nazionale.
Solo la logica di coalizione può invece, ad oggi, esprimere compiutamente quell’orizzonte che mette in valore le identità politiche e culturali plurali che lo compongono.
Questo è un potenziale che un’ipotesi di “partito unico del governo”, quale avrebbe voluto essere e forse ancora vorrebbe essere il PD – spesso prigioniero nei territori delle sue velleitarie ambizioni di arrogante autosufficienza - oggi non riuscirebbe a soddisfare e ha scarsissime possibilità di affermazione in un sistema elettorale maggioritario.
Credo anche, però, che il “primato” della coalizione non possa essere contrapposto e fatto valere in chiave polemica verso i partiti e i soggetti che la compongono.
Occorre una concezione dinamica e non statica delle alleanze. Queste non possono costituire una camicia di forza per i singoli partiti, stabilendo a priori riserve di caccia e territori precostituiti.
La lealtà alla coalizione non può comprimere la legittima competitività che ogni partito e movimento può tentare di esprimere così come, viceversa, non può rappresentare un sistema di veti contrapposti.
A me francamente non appassiona la diatriba sull’esistenza o meno di due sinistre. Certo è che dobbiamo prendere atto dell’esistenza di una pluralità di ispirazioni della sinistra.
Alcune di esse riconducibili ad una comune visione strategica di assunzione dell’impegno di governo della società complessa e della sua trasformazione in senso riformatore, altre che fanno dell’antagonismo, e forse anche dell’opposizione, una scelta strategica.
L’atto di nascita di queste due fondamentali ispirazioni le vede però entrambe figlie della stessa storia.
Una storia che ha avuto uno sviluppo complesso e travagliato fondato sulla dialettica permanente tra queste visioni e che nel conflitto tra loro ha visto consumare se stessa.
Rifiuto però con forza l’assioma demagico che vuole vedere identificata la sinistra di governo con la conservazione e quella rivoluzionaria con il coraggio della trasformazione. Diceva Trotsky, personaggio caro ad una componente di Rifondazione Comunista: “il pensiero umano è conservatore e quello dei rivoluzionari, a volte, lo è in modo particolare” .
Noi vogliamo essere espressione di una formazione politica che oltre all’impegno per attrarre consenso, deve essere impegnata a realizzare progetti, attraverso il governo delle nostre comunità.
Amministrare la realta’ e la societa’ e’ un dovere scontato, richiesto a chi governa, ma l’impegno a trasformarla e’ il diritto e la tensione che occorre continuamente rivendicare. E’ il progetto che non va mai archiviato, il senso che riscatta l’azione.
E’ la direzione che eleva il pensiero politico.
Viceversa, la stanchezza per le idealità e l'ansia fine a se stessa di governare possono provocare una miscela da cui non può che nascere un partito di puro pragmatismo, pronto a qualsiasi giravolta e a qualsiasi tatticismo. Per un certo riformismo il compito di una politica di governo si misura sulla capacità di assolvere i compiti che il mercato le detta.
Il trionfo liberista ha portato non solo alla teoria dello Stato minimo, ma ormai anche a quella della politica minima. A questi signori ormai non è bastato privatizzare l'economia, ora vogliono privatizzare anche la politica. E questo proprio ora che il pendolo della storia si sta spostando, l'egemonia liberista si incrina, il mito del mercato come unico valore di riferimento, si appanna.
Si torna ad accorgersi che le disuguaglianze non sono mai state tanto grandi.
Ma ancora c'è molto da fare sul terreno culturale e politico.
Il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, ha scritto un'affermazione che potremmo condividere parola per parola. "Non sono così ingenuo da pensare che i governi possano rimediare a tutti i difetti del mercato, ma neppure sono così cretino da immaginare che i mercati, da soli, possano risolvere ogni problema sociale".
E ancora: "Credo che la globalizzazione può essere una forza benefica e che abbia il potenziale per arricchire tutti nel mondo, particolarmente i poveri. Ma credo anche, se così stanno le cose, che il modo con il quale la globalizzazione viene gestita debba essere radicalmente e completamente ripensato".
Mai parole furono tanto profetiche….
Il bisogno di sinistra per un’idea forte del riformismo
Riemerge dunque il bisogno della politica e di un'idea forte del riformismo della sinistra.
E' nostra convinzione che questo Paese ha bisogno di una forza di sinistra, socialista, laica e ambientalista, punto di convergenza di nobili tradizioni, di storie e percorsi i quali divisi, dispersi, introversi non riescono più a far pesare la loro voce, e rischiano di rimaner sottoposti a sistemi di potere nei quali sempre più pericolosamente si riducono le possibilità del confronto pubblico democratico.
Non siamo di fronte a un problema di formule e di schieramenti, ma di contenuti. Per affrontare i quali la sinistra non deve fare passi indietro e tantomeno dove dissolversi.
Questo è davvero uno di quei momenti in cui non basta l'atto politico dirigista di un gruppo dirigente. Qui si tratta di suscitare energie nuove, profonde, e di cambiare il modo di pensare la politica e la realtà che ci circonda. Perciò tutto dipende dal modo come questo passaggio viene affrontato, dalle sue motivazioni di fondo, dalla forza dei suoi leader, ma soprattutto dalla chiarezza del pensiero che lo ispira.
Il pensiero della sinistra ha bisogno di cambiare molto e di ricevere molti apporti nuovi da nuovi movimenti, dalle nuove culture critiche, europee e non soltanto europee.
Eguaglianza, Fratellanza, Libertà…Il Socialismo Nel Xxi Secolo
Noi riteniamo che occorra ripartire dall'imperativo categorico di mettere in campo un pensiero sull'avvenire, sul futuro. Un pensiero in grado di colmare quel grande limite che consiste nella distanza con la quale ci guarda, nel suo complesso, la nuova generazione. Una distanza difficilmente colmabile fino a quando non ci faremo trovare là dove i giovani collocano la loro vita e le loro aspirazioni, così come le loro rabbie e le loro speranze. Cioè nel futuro.
Per fare questo è necessario dunque mettere in campo idee e strumenti politici forti, che siano in grado di governare questo mondo nuovo. L'idea che si possa fare politica galleggiando sull'esistente, magari sulla capacità di fare audience, non funziona.
Noi crediamo che parlare di tutto questo significa parlare di socialismo tornando a declinare all’oggi parole come eguaglianza, fratellanza, libertà.
Fratellanza
Laddove la fratellanza deve lasciare spazio a forme più ampie di solidarietà fra gli individui e i popoli.
Il primo imperativo è costruire la pace. Le spese militari hanno superato i mille miliardi di dollari ed è ripresa in pieno la corsa agli armamenti nucleari, chimici, batteriologici. L’Italia non può né assistere né concorrere ad una situazione nella quale una quota crescente del surplus mondiale finisce in armamenti. E’ matura un’iniziativa per riaprire il processo del disarmo e della denuclearizzazione.
Il primo strumento per la sicurezza globale sono le politiche per uno sviluppo equo e sostenibile, e la collaborazione tra i popoli e gli stati del pianeta.
La coscienza del limite dello sviluppo, e la coscienza dell’irripetibilità dei beni ambientali devono entrare a far parte integrante di ogni politica e i bisogni dei posteri devono essere tenuti in considerazione ogni qual volta si prende una decisione.
Un'economia senza regole fa gravare sull'umanità la minaccia della catastrofe ambientale. La somma delle previsioni di crescita formulate nei singoli Stati per il prossimo decennio è insostenibile per gli equilibri ambientali e ingiusta per gli equilibri sociali del pianeta. Va contestata l'idea stessa di misurare lo sviluppo di un paese dalla crescita della ricchezza e del prodotto interno lordo.
L'indice da assumere deve essere quello dello sviluppo umano equo e diffuso e della salvaguardia ambientale.
Eguaglianza
Nella nozione di eguaglianza dobbiamo includere altre nozioni come quelle di razza, cultura e sesso. Così come dobbiamo intendere il principio d’eguaglianza non come soffocamento delle differenze. Su questi aspetti, il punto di vista di genere è portatore di una ricchezza e di potenzialità inesauribili. Oggi più che mai ne abbiamo bisogno.
In quello che, appunto, ogni giorno che passa, appare sempre più come un vero e proprio scontro tra culture, il concetto di differenza è parte del Dna del movimento delle donne. Le donne della sinistra sono state le prime in Europa ad elaborare una teoria generale della libertà fondata non più solo sul diritto all’eguaglianza ma anche sul diritto alla differenza. Il diritto a portarsi dietro, insomma, la sintesi della propria identità e la propria memoria.
Rinasce così in forme nuove il bisogno di giustizia, così come prende forme nuove il diritto al lavoro, del lavoro e nel lavoro, così come crescono nuove domande, quella del sapere, quella di servizi che funzionino. Così come si impone l’esigenza di equità nella redistribuzione della ricchezza prodotta per contrastare più efficacemente la povertà che produce fratture sociali e disuguaglianze strutturali, delle quali quella tra il Nord e il Sud del paese resta la più drammatica.
E Il lavoro è il primo terreno sul quale ciascuno sperimenta la propria cittadinanza.
Senza lavoro, senza diritti sul lavoro e al sapere si è cittadini dimezzati.
Il valore del lavoro, la sua dignità sono e restano il baricentro culturale di una grande forza socialista e riformista anche nei tumultuosi tempi di cambiamento che stiamo attraversando.
Mai, nella storia dell’umanità il lavoro salariato ed intellettuale è stato così esteso. Ma il lavoro è reso precario, incerto, mal retribuito, i diritti collettivi e la libertà sindacale sono messi sotto attacco. Questo perché è mancata una rappresentanza politica del lavoro. Compito della sinistra è colmare questo vuoto. Oggi sono molti gli operai e i precari che votano per la destra o non votano perché non si sentono difesi né coinvolti. La sinistra, se vuole rappresentare il mondo del lavoro e i suoi cambiamenti, non può essere equidistante tra la Confindustria e i Sindacati.
Buona occupazione vuol dire tutele e garanzie in ogni posto di lavoro, condizioni di sicurezza che affrontino alla radice le cause strutturali del drammatico ripetersi delle morti sul lavoro. Vuol dire reddito dignitoso per tutti coloro che lavorano. Vuol dire formazione permanente.
Oggi la vera materia prima è il sapere e cresce chi riesce a trasferire nei processi produttivi la maggiore quantità di sapere. Nel lavoro che cambia, il lavoratore, giovane e non, deve avere livelli di sapere di base alti. E’ la condizione per poter reggere una vita lavorativa che sarà sempre meno un posto e sempre più un percorso.
Acquista dunque maggiore importanza il ruolo della scuola e dell'università; innalzare i livelli di sapere diventa una necessità della nuova economia basata sulla conoscenza.
Qui si gioca la prima partita che determinerà i livelli di inclusione e di esclusione sociale.
Libertà
Un paese veramente libero deve, anzitutto, togliere di mezzo tutti quegli ostacoli che sbarrano il passo alle giovani generazioni.
Il nostro Paese ha bisogno di una grande stagione delle libertà, sapendo che la libertà non si separa mai dalla giustizia sociale e che la libertà non è cedibile in cambio di maggiore sicurezza.
Per una forza di sinistra la promozione delle libertà e dei diritti civili è un fattore costitutivo della propria identità. La laicità dello stato è lo spazio di tutte le libertà, compresa quella religiosa.
Noi dobbiamo tornare a parlare al cuore degli italiani: facendoci promotori e costruttori di forme nuove di convivenza, di socialità, di integrazione politica, culturale e, soprattutto, di pace a partire dal territorio.
E’ in questo contesto che va affrontato anche tutto il delicato e complesso tema della legalità e delle sicurezze. Lo voglio fare proprio qui a Firenze che è stata teatro improprio, pochi mesi fa, di un dibattito che è la manifestazione di una certa subalternità culturale di una parte della sinistra, o del centro sinistra, all’offensiva della destra.
Legalità e cittadinanza
Non sfugge a nessun che non c’è patto di coesione sociale che possa stare in piedi se nella società serpeggia o ancor peggio si impianta un sentimento di insicurezza, di paura. Le vecchie e le nuove destre fanno leva, come d’altronde hanno sempre fatto, su uno degli elementi più importanti che effettivamente però oggi sembrano essere sempre più diffusi nella popolazione: la crescita della paura.
Paura della povertà, di vedere ridimensionati i propri livelli di benessere perché in chi ha lavorato una vita , il timore che gli venga tolta, ridotta o allontanata la pensione, che certe sicurezze vengono a mancare ma anche paura di vivere in città nelle quali i nostri bambini non possono essere tranquilli, non siano minacciati dalla violenza; le persone anziane debbono temere di essere scippate o aggredite, che le donne non possono camminare tranquillamente per le strade di giorno e dì sera.
Tutto ciò non fa che accrescere anche la paura di qualunque forma di diversità.
Lo stato d’animo prodotto dal senso d’insicurezza che lentamente si diffonde deve far pensare al tipo di società in cui viviamo: in mezzo a noi c’è una malattia che dobbiamo ora cercare di curare. Non ci sono risposte facili o pronte e certamente non esiste un monopolio di saggezza politica. I conflitti che nascono a livello urbano e territoriale ci pongono sfide di fronte alle quali non possiamo ritardare le risposte, e dobbiamo avere anche il coraggio di innovare queste risposte a costo di provocare atti di discontinuità con le nostre tradizionali impostazioni. L’obiettivo della sicurezza spesso è apparso, o è stato, una bandiera della destra. Non può e non deve essere così. La sicurezza è un grande obiettivo e un grande valore e siamo proprio noi di sinistra a dover volere una convivenza più libera e più civile tra le persone, perché vogliamo sconfiggere quella paura che spinge all’isolamento, all’egoismo, che spezza le relazioni tra le persone e spinge a destra. Noi non possiamo guardare con distacco e con snobismo al disagio di quei cittadini che vivono più da vicino l’impatto con la disgregazione, con la violenza, con la droga, con il fenomeno incontrollato della disgregazione. Spesso si tratta di cittadini che abitano e vivono nei quartieri più popolari. Sono cittadini ai quali la sinistra dove guardare con attenzione e con rispetto.
L’alternativa tra quelli che semplicemente chiedono di prendersela con il criminale e chiedono punizioni più severe e quelli che invece e condannano esclusivamente le condizioni, l’ambiente in cui il criminale è vissuto, non è più riproponibile.
Un approccio assennato non scusa e non ignora; cerca di punire e prevenire, di affermare insieme e contemporaneamente legalità e solidarietà. Questo richiede un progetto strategico.
Ma nello stesso momento in cui chiediamo rigore contro il crimine dobbiamo ribadire che lo sviluppo non è solo sviluppo economico, che è anche sviluppo umano della persona. Che dunque sono necessari grandi atti, come la modificazione del modello sociale che lo renda capace di adottare ritmi di vita e di lavoro meno frenetici, di regolare la competitività dell’economia di mercato evitando di portarla all’eccesso, di riservare spazi allo sviluppo di relazioni interpersonali non anonime o superficiali. Ad esempio l’adozione di una politica urbanistica globale capace di costruire le città rendendole a misura di bambini e quindi di donne e di uomini incidendo sull’organizzazione dei tempo di lavoro, sul tempo libero, sull’organizzazione dei trasporti e dei servizi pubblici. E’ necessario l’approntamento di politiche sociali innovative, capaci di costruire antidoti alla marginalizzazione.
Parlando di società abbiamo voluto operare una selezione dei temi che tratteremo in questa assemblea per concentrarci bene su quelli che più saranno utili a sviluppare il filo della nostra riflessione che non ha la pretesa di essere onnicomprensiva.
Ci aiuteranno in questo percorso i compagni e le compagne incaricati di svolgere le diverse comunicazioni tematiche e, in seguito, i gruppi di lavoro a cui vogliamo dare vita con il contributo di tutti voi.
Infine, compagni e compagne, lasciatemi fare un’ultima considerazione su di noi e sul cimento per dare vita alla costituente di una nuova sinistra. Questo progetto, con tutto il rispetto, non è affidato alla diplomazia dei nostri rapporti con i compagni Vendola, Giordano, Migliore, Cento o Hutter, Belillo o Guidoni e altri, non è una concessione che facciamo ad altri, ma prende senso solo da quello che noi decidiamo di essere e di fare.
La Sinistra è il campo su cui noi costruiamo la nostra iniziativa, a partire da noi stessi, dal nostro profilo politico e progettuale e a questa prospettiva dobbiamo saper dare, per nostra interna con¬vinzione e non per convenienze tattiche, tutta la potenzialità che è in grado di esprimere. Noi dobbiamo decidere la nostra linea di marcia. Poi vedremo come risponderanno le altre forze, quale percorso sarà possi¬bile fare insieme, quali sbocchi politici e organizzativi. Il nostro tema è l’organizzazione di un campo di forze che sia in grado di esprimere una cultura politica autonoma e di governo. E in questo campo noi non siamo una forza gregaria, che si accoda ad altri, ma siamo l’elemento trainante e de-cisivo.
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Voglio lasciarvi con una vecchia storia.
Avrete sicuramente già sentito la storia del mito di Pandora. Pandora, nella mitologia greca, fu la prima donna sulla terra, ricca di doni, creata da Efeso e Atena. Fece l’errore - assai noto - di aprire un vaso che Zeus le aveva regalato. Da esso uscirono tutti i vizi del mondo, che si sparsero ai quattro angoli della terra. Quel che è meno noto è che alla fine, dal vaso, uscì la speranza. Non so dire se la tradizione greca con ciò ci dica che anche la speranza è un male, è un vizio. Io non credo.
La ragione senza speranza non può vivere. La speranza senza ragione diventa qualche cosa di inarticolato e di muto.
Dopotutto, quale messaggio ci giunge da questa nuova avventura Made in Usa? Semplice e sovversivo al tempo stesso: la Politica si riaccende se cambia dimensione.
In tutti i sistemi politici democra¬tici occidentali - ormai da decenni - il discorso pubblico ha un andamento orizzontale. Ossia scorre lungo un unico asse tracciato tra due punti estremi: la conservazione, al lato destro, e il cambiamento gestionale a quello sinistro.
Qui scatta «l'effetto Obama» (o comunque la lezione che possiamo trarne): innestare, sulla linea orizzontale del vigente discorso politico gestionale, una proiezione vertica¬le, dal basso all’alto, dal presente in direzione del futuro. Oltre la dittatura del pensiero pensabile.
Una politica orientata al futuro sostituisce, alla paura che ci immobilizza nell'oggi, la speranza che ci mobilita per costruire il domani.
Non per niente, la parola guida della campagna eletto¬rale del giovane candidato democratico americano, sino a ieri considerato un outsider senza speranza, è hope, speranza, appunto.
La Sinistra, scriveva Richard Rorty, è per definizione il partito della speranza.
Noi tutti abbiamo, per usare una splendida immagine, una inesausta fame di vento, che ci spinge a cercare nel presente le ragioni di un impegno. Non è per noi soli che lo facciamo, ma per una speranza condivisa: che questo terribile e complicato mondo possa essere compreso e cambiato.
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