Dalla Tyssen Krupp a Sasso Marconi passando per la morte di idee e valori

Il tragico evento di Torino, alla TyssenKrupp che ha segnato la fine dell'anno scorso, non è stato altro che la crudele manifestazione “plastica” del¬la storia di un Paese in cui, ogni gior¬no, ci sono più di tre morti sul lavoro. Più di mille l’anno. Una guerra. Un Paese che si vanterebbe di essere fra i più civili e sviluppati, ma che cela, nelle pagine interne dei quotidiani, “questa strage degli innocenti”. Mentre ieri, per la prima volta nella storia della Repubblica, veniva emessa una sentenza storica  per la Tyssen - non è mai successo che si sia arrivati al rinvio a giudizio sia delle persone fisiche che delle persone giuridiche, riconoscendo in un caso anche l'omicidio volontario - a Sasso Marconi in provincia di Bologna, altri due morti e altri sei feriti.
La giustizia sociale è oggi conside¬rata un armamentario un po' ammuffito. Il denaro e l'apparire so¬no le chiavi del successo. In realtà, a me pare che più che la sepoltura del¬le ideologie, come si auspica da più parti, ciò che sta scompa¬rendo sono le idee, i valori, i sogni, i pro¬getti e anche la coscienza sociale. Negli anni '60 e'80 del secolo scorso, in Europa, la nazione con le leggi più avanzate nel campo della sicurez¬za e della salute sui posti di lavoro era proprio l'Italia. Si formavano, con l'aiuto di esperti, delegati sindacali che dovevano unicamente seguire e controllare le condizioni ambientali. I sindacati italiani investivano risorse economiche e umane affinché chi la¬vorava fosse a conoscenza dei rischi che poteva correre. E vero che, già al¬lora, la struttura burocratica dello Stato fu lenta a seguire le trasforma¬zioni in atto e a collaborare con il sin¬dacato affinché le leggi e i contratti fossero puntualmente osservati. Pre¬venzione degli infortuni e igiene del lavoro presuppongono sistemi di ge¬stione permanente per quanto ri¬guarda l'individuazione e il controllo costante dei fattori di rischio.
Ma alla crescita di responsabilità sul fronte sindacale non corrispose mai una medesima coscienza nelle amministrazioni pubbliche né nel¬l'ambito della politica: prova ne è che solo recentemente, nei due, tanto deprecati, anni di governo Prodi, il Parlamento ha approvato il Nuovo Testo Unico per la sicurezza sul la¬voro e le conseguenti direttive. Oggi il governo Berlusconi vorrebbe già ridimensionarne la portata e gli effetti perché troppo gravosa per padroni e imprenditori.
Ma non basta. Nell'ormai lontano passato, quando c'erano ancora le tanto vituperate ideologie, si cantava, a volte con rab¬bia, “se otto ore vi sembran po¬che provate voi a lavorar!”. La faticosa conquista delle 48 ore settimanali si intreccia con la storia stessa del movimento operaio e con la sua lotta per i diritti, ma oggi i ministri euro¬pei, mentre continua la tragica catena di morti e feriti sul lavo¬ro, non hanno scrupolo nel pro¬porre che l'orario, con il consen¬so degli interessati, possa arri¬vare anche a 60 o 65 ore settima¬nali. Gli stessi turni massacranti a cui erano costretti i morti di Torino. Il ministro Sacconi, con l'intero governo, applaude, per¬ché questo va esattamente nella direzione in cui anch'essi in¬tendono marciare: quella di un lavoro sempre più senza regole,senza i vincoli di un contratto col¬lettivo che, in qualche modo, tuteli anche chi lavora dove il sindacato non c'è o è debolissimo e il padrone ten¬de a fare i suoi comodi. Per mol¬ti del governo e di Confindustria sembra che l'unico contratto gradito sarebbe quello stipulato direttamente dall'impresa con il singolo lavoratore. Se la vedono fra loro, con i sindacati fuori dai piedi e basta con tutta la burocrazia e gli impedimenti. Se voglio ti licenzio, ma se non scioperi e sei produttivo guadagnerai di più. Una storia già sentita.
Ci si rende conto dell'enor¬mità di questa possibile trasfor¬mazione? Ci si rende conto della menzogna contenuta nel pre¬sentare l'impresa e il lavoratore come due soggetti ugualmente liberi che si incontrano sul mer¬cato della domanda e dell'offer¬ta di lavoro? Sarebbe questa la presunta “fine del rapporto conflittuale fra capitale e lavo¬ro” di cui parlano soprattutto Cisl e Uil, salvo poi gridare allo scandalo e chiedere misure più severe per chi trascura le norme sulle sicurezza quando operai bruciano nelle acciaierie, cado¬no dalle impalcature o affogano nel fango tossico di una vasca?
Ci fu un tempo in cui il movimento sindacale si oppose alle “gabbie sala¬riali”, cioè al tentativo di pagare in modo diverso i lavoratori a seconda della zona del paese in cui lavoravano. Ora si discute di un nuovo modello contrattuale su due livelli, uno nazionale, che dovrebbe garantire un minimo salariale valido per tutti, e l'al¬tro decentrato, che dovrebbe ac¬crescere il potere di acquisto, con una pluralità di accordi possibili. E la filosofia della leg¬ge 30, della molteplicità contrat¬tuale, della deregulation a ol¬tranza. È appena il caso di ricor¬dare che la cosiddetta con¬trattazione di secondo livello ri¬guarda appena il 30% delle imprese. Inoltre Confin¬dustria ha già af¬fermato che que¬st'ultima contrat¬tazione di secon¬do livello sarà affidata alla buona volontà delle a¬ziende. E nella tante piccole o piccolissime im¬prese, dove il sindacato non è presente, che cosa succederà?
Ha torto la Cgil a voler arginare l'of¬fensiva governativa? Non siamo forse in presenza di un nuovo attacco all'accordo sul welfare? Sicuramente nel centrodestra molti pensano che se i sindacati non ci fossero sarebbe tanto di guadagnato; e allora tanto più si riesce a indebolire i soggetti col¬lettivi a favore di rapporti di la¬voro individuali, meglio è.
Quello che preoccupa è che l'opposizione oggi presente in Parlamento sia più intenta alle diatribe fra correnti, a inutili «governi ombra» e a impossibi¬li equilibrismi pilateschi che portano a teorizzare, non già l’autonomia della politica dai sindacati e viceversa, quanto piuttosto la loro separatezza e neutralità. I lavoratori e la gravità di questa situazione possono attendere…

*Consigliere Regionale Emilia-Romagna
Coordinamento nazionale SD





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