Sandro Curzi ci ha lasciato. Per molti di noi trentenni, che abbiamo imparato ad esercitare una coscienza critica anche grazie al suo Tg3 che nei primi difficili anni ’90 riuscì a garantire un’informazione nuova, libera e trasparente, non sarà facile pensare di non sentire più quella voce un po’ roca, schietta come il suo accento romano e sporcata sempre da un sorriso sornione. Uomo libero, anticonformista, sincero, aperto. Il modo in cui affrontava il mestiere ci dava la sensazione di averlo sempre conosciuto, di sentire il profumo del suo sigaro mentre parlava dallo schermo. Una storia d’altri tempi, comune a tanti uomini della sua generazione. Luigi Pintor, Enzo Biagi, Bruno Trentin, Vittorio Foa. Quasi bambino partecipa alla lotta di liberazione. Le cronache parlano di un Sandro Curzi tredicenne che entra in contatto con la Resistenza antifascista romana. Poco dopo pubblicherà il suo primo articolo sull’Unità clandestina. Il primo precoce passo verso un mestiere che diventerà la sua vita. Una vita votata totalmente, quasi fosse una missione, allo sforzo di costruire e assicurare un servizio pubblico che fosse veramente tale. Ci viene da pensare che tra le macerie di questa Rai, in balia del primo Villari di passaggio, la perdita di una colonna portante, come Sandro Curzi, che tanta parte della sua vita le ha dedicato, ci faccia sentire ancora più soli.
Achille Occhetto, compagno ed amico di sempre, ha rievocato momenti importanti non solo per le loro vite ma per la storia dell’Italia e dell’Europa.
Come vi siete conosciuti?
Ho conosciuto Sandro Curzi in giovanissima età quando ero segretario della Federazione giovanile comunista di Milano e lui era direttore di Nuova Generazione, che è stato il primo giornale su cui ho scritto. La prima volta mi aveva commissionato un articolo su un congresso nazionale delle Acli e poi il momento più importante dell’incontro con lui fu nel momento dell’intervento sovietico in Ungheria, io ero segretario del Circolo universitario e allora stilai un documento, poi approvato dal Circolo, fortemente critico nei confronti dell’intervento sovietico. Curzi lo accolse ben volentieri, lo pubblicò in prima pagina del settimanale dei Giovani comunisti con il titolo “Il furore alberga nel cuore dei giovani comunisti”. Poi quando mi sono trasferito a Roma, perché prima ero responsabile nazionale degli studenti e poi segretario della Federazione giovanile comunista, i nostri rapporti di lavoro furono sempre più stretti. Lui dirigeva ancora Nuova Generazione, e anche quando la diressero altri ci fu un permanente legame di amicizia. Quando ero ancora un giovane comunista mi disse: “Ti voglio far conoscere Berlinguer”. Ci portò al cinema insieme perché facessimo conoscenza. Fu una giornata emozionante perché, anche se non era ancora il segretario del partito, Berlinguer era già un dirigente di primo piano. Lui era molto schivo ed io intimidito, perché più giovane, e ricordo che c’era un Curzi tutto scoppiettante che cercava di farci parlare.
Cosa pensi di aver imparato dal Curzi giornalista?
Lui aveva un grande senso della notizia, delle cose nuove che emergevano in campo nazionale ed internazionale. Era un uomo estremamente curioso. E allo stesso tempo, pur avendo le sue idee, era molto amico di persone che la pensavano diversamente l’uno dall’altro. Se si pensa che lui era molto amico di due personaggi che non avevano proprio la stessa visione delle cose come Pajetta ed Ingrao.
Ha inventato un giornale non pesante, teorico o ideologico, ma un giornale d’inchiesta. Dunque l’inchiesta sul luogo, sui giovani operai, sulle nuove generazioni che emergevano nella scuola, nei luoghi di lavoro, utilizzando firme che erano, allora, alle prime prove, come Luciana Castellina, Guido Vicario, per esempio.
Come furono i vostri rapporti quando lui era l’uomo di Telekabul e tu un alto dirigente di partito?
Innanzitutto lui era molto autonomo, nonostante il suo telegiornale venisse chiamato così. Non chiedeva mai indirizzi particolari, aveva una sua capacità autonoma di seguire una propria visione della notizia e delle cose.
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