Intervengo anch’io per punti. Stiamo rielaborando una materia difficile, in parte ostile. Puntualizzare serve a chiarire e porta ad approfondire. Scelgo dal testo di Bertinotti, molto esteso orizzontalmente, solo alcuni temi, che ritengo essenziali e forse preliminari.
La tesi 8, densa e chiara, contiene una formula felice: occorre un’uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio. D’accordo. Ma ci sono delle differenze di sfumature, non superficiali, che avrebbero appunto bisogno di un approfondimento. Crisi o fine del movimento operaio? Ci sono macro-fenomeni in atto, e cioè macroscopici processi di industrializzazione in paesi che si chiamavano in via di sviluppo e che oggi, congiuntura permettendo, sono ad alti ritmi di sviluppo. Che rapporto si stabilirà tra industrializzazione e proletarizzazione? Le tendenze che riusciamo a scorgere ci dicono che la crescita quantitativa degli operai non si rappresenta come emergere di una classe operaia, cioè non si dà le forme storiche del movimento operaio, organizzazione sindacale e politica più ideologia socialista. Io credo che l’idea di sinistra dovremmo farci capaci di cominciare a declinarla non solo a livello nazionale ed europeo, ma a livello mondo. E in questo senso non si tratta di rinascita ma di nascita. E francamente non la metterei come “un ricominciare da capo”. Perché, messa così, è difficile non contrarre la malattia, l’epidemia, del nuovismo. Hanno fatto più danno i nuovi inizi che le vecchie chiusure.
Va messo in campo invece il tema dell’eredità. La sinistra-mondo si fa erede del movimento operaio internazionale, che ha avuto nel Novecento il più alto, e il più complesso, grado di sviluppo storico: a cui non ha corrisposto il più alto e più complesso grado di sviluppo teorico. E questo è un altro bel problema da mettere a tema. La mia idea è che nel nostro secolo passato, la rivoluzione conservatrice ha prodotto più pensiero della rivoluzione operaia. E questa è stata non ultima causa, non della fine del movimento operaio, che forse era segnata dalle oggettive leggi di movimento del capitale, ma dalla sua cattiva fine, molto al di sotto della sua grande storia. Rinnovamento nella continuità sono d’accordo che è formula non più utilizzabile, legata irrimediabilmente ai tentativi falliti di riforma del socialismo. Ma è nostra necessità rimetterci nell’onda della storia di lunga durata, che è poi la storia eterna delle classi subalterne, che con l’irruzione della classe operaia ha fatto un salto di coscienza, di lotta e di organizzazione, che sta dietro di noi come memoria e sotto di noi come radice.
La tesi 6 pone il tema del lavoro correttamente come momento di analisi e come soggetto di iniziativa. E’un punto decisivo. La stessa attuale crisi di fase capitalistica tenderà a scaricare sui lavoratori il peso delle sue difficoltà. Se è vero che il passaggio di ciclo porta con sé una sorta di rivincita dell’economia reale, con le sue regolate rigidità, contro un eccesso di finanziarizzazione selvaggia, allora il conflitto di lavoro riprenderà il posto che gli spetta nell’agenda politica. Non avverrà automaticamente, perché si cercherà di imbrigliarlo, prima che esploda. Gli accordi separati, e non solo, servono a questo. La sensibilità del sindacato soggetto politico ha già colto questo mutamento di scenario. Bisogna far sentire a questa Cgil che se è isolata nel Palazzo proprio per questo non lo è nel Paese. Scuola e lavoro è un tema che non è necessario portare dall’esterno nel movimento degli studenti, perché c’è già in esso più che implicitamente. Gli slogan: non pagheremo noi la vostra crisi e riprendiamoci il futuro fanno qualcosa di più che un accenno a questo. Il giovane di liceo e di università ha capito che lo aspetta un destino o di non lavoro o di lavoro precario. Compito della politica della sinistra è amplificare questa condizione, portare la critica non solo sul governo ma sul modello di società che esso gestisce e rappresenta. Il 12 dicembre è una prova, su cui investire molto. Operai e studenti uniti nella lotta, si diceva negli anni Sessanta. Non siamo a quei livelli, ma il passaggio di crisi montante giustifica un grido come “studenti e lavoratori uniti nella lotta”.
Io penso che nell’idea e nella pratica della Sinistra il lavoro abbia, e debba avere, una sua centralità. E’ questo un altro motivo di continuità con la storia del movimento operaio. Anche se oggi, centrale più che il mito del lavoro è l’esistenza del lavoratore e della lavoratrice. E questo forse è un fatto di discontinuità. Quante volte ci siamo detto che occorreva parlare al lavoratore in carne ed ossa. A volte un pesante armamentario ideologico ce lo impediva. Ma oggi l’armamentario ideologico di cui ci dobbiamo soprattutto liberare è quello che hanno subito tutte le sinistre riformiste, nell’ultimo trentennio del ciclo neoliberista, quello della deriva dal lavoratore al cittadino, e poi al consumatore, e poi magari al telespettatore, e che ha fatto annegare lo specifico dei lavoratori nel mare indistinto della “gente”. Riportare il lavoro al centro dell’agenda politica vuol dire saper far girare tutte le altre contraddizioni intorno al lavorare, in modo differente, dell’uomo e della donna, nella condizione della propria giornata, sia esso lavoro delle braccia o della conoscenza, materiale o immateriale, dipendente o autonomo, precario o fisso, e così via. Il primato egemonico del mercato ci ha messo in testa che lavoratori è una parola vecchia e chi la pronuncia vive nel maledetto Novecento, quando i lavoratori erano una forza. Va rovesciato questo senso comune. Ho idea che ci aiuterà il capitalismo in crisi al recupero di questa parola.
Le tesi 12 e 13 sono importanti. E’ vero: dalle due sinistre siamo finiti in nessuna sinistra. E’ una situazione drammatica. Nichi Vendola la dice con la formula efficace: noi predichiamo il cambiamento, ma il cambiamento non ci riconosce. E non illudiamoci, come siamo soliti spesso fare: non sarà un Obama, dagli States, a risolvere i nostri problemi. La parola change è catturata dall’oggettività dei processi, non sta più nelle mani dei soggetti. L’associazione per la sinistra è un passo avanti, soprattutto nel senso in cui la dice ancora Vendola, “luogo di ri-tessitura di relazioni socialmente e culturalmente necessarie a far vivere il ‘senso’ della parola sinistra”. Non è un approdo, è un passaggio: a vari, pazienti, stadi. L’altro paradosso è che non abbiamo molto tempo, eppure dobbiamo muoverci a piccoli passi. E’ urgente una piccola sinistra, e poi è necessaria una grande sinistra. Se non fossi così contrario a mischiare morale e politica, direi che è un imperativo etico, per noi oggi, dare a quel mondo dei lavoratori una seria adeguata meritata forza politica. Perché se no, che ci stiamo a fare?
Dovremmo tutti responsabilmente metterci intorno a un tavolo per fare il primo di quei piccoli passi. C’è l’occasione delle elezioni europee, sbarramento o no, si vota col proporzionale, è una conta non truccata, non c’è il pericolo di Berlusconi al potere, perché ci sta già saldamente, grazie a magistrali operazioni anche lì di nuovo inizio, c’è in giro un mare di pentiti per essersi lasciati infinocchiare dal ricatto del voto utile, c’è un movimento di lotte nel sociale, destinato a crescere di qui a primavera, c’è un grande sindacato in campo deciso a raccogliere la spinta del malessere, dell’insoddisfazione, della rivendicazione, diffusa nel paese: che cosa d’altro dobbiamo aspettare per presentare una proposta unitaria della Sinistra? Non ci deve frenare lo scacco dell’Arcobaleno. Ci deve spingere la volontà di rovesciare quello scacco. La sinistra scomparsa deve ricomparire. Bisogna “far vedere” che nel paese c’è un popolo della sinistra: in campo e deciso a far pesare la propria soggettività. Una lista di coalizione “Unità della Sinistra” mostrerebbe una realtà ed evocherebbe un bisogno, che c’è per l’oggi e che guarda al domani. Gli assetti organizzativi si vedranno dopo, ma allora si potrà ragionare sulla base di un consenso reale. Tutt’altra condizione da ora, quando mi sembra che a volte parliamo di una cosa che non c’è.
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Tronti scrive:-........"La
Tronti scrive:-........"La mia idea è che nel nostro secolo passato, la rivoluzione conservatrice ha prodotto più pensiero della rivoluzione operaia."
Ecco se questa consapevolezza l'avessero in tanti sarebbe un buon inizio. Avete presente la ferocia con cui i conservatori difendono i loro privilegi e i loro profitti fatti spesso sulla pelle della gente? No, non l'avete molto presente altrimenti non si spiegherebbero del tutto le difficoltà ad organizzare una coesione a sinistra.
-....."Se non fossi così contrario a mischiare morale e politica, direi che è un imperativo etico, per noi oggi, dare a quel mondo dei lavoratori una seria adeguata meritata forza politica. Perché se no, che ci stiamo a fare?"
Bene ma che tipo di forza politica, un partito di sinistra con vertice che decide e peones che eseguono? No cari fratelli, ora è necessario un cambio radicale, bisogna costruire un organismo che prenda in carico il cittadino lavoratore dalla culla alla tomba.La dignità dell'umano va garantita dal concepimento alla morte. Gran parte di questa organizzazione esiste già, è solo dispersa in cento rivoli a capo dei quali ci sono quasi sempre persone che se lo sono meritato sul campo, tuttavia la loro azione è positiva solo in quel piccolo segmento autonomo. Da questo organismo finanziariamente autonomo usciranno i politici locali e nazionali, gli amministratori, e tutte quelle figure sociali necessarie alla tutela dei cittadini lavoratori.
-".....c’è in giro un mare di pentiti per essersi lasciati infinocchiare dal ricatto del voto utile, c’è un movimento di lotte nel sociale, destinato a crescere di qui a primavera, c’è un grande sindacato in campo deciso a raccogliere la spinta del malessere, dell’insoddisfazione, della rivendicazione, diffusa nel paese: che cosa d’altro dobbiamo aspettare per presentare una proposta unitaria della Sinistra?"
Credo che più di così sia difficile dire.
carlo x Ho seguito tutte le
carlo x
Ho seguito tutte le fasi dalla "Bolognina" alla vigilia della costituzione del PD, pertanto non c'è bisogno raccontare altro;
dico soltanto che si, è anacronistico rinchiudersi, ma non l'Essere comunista.
Mai come in questo momento si può affermare quanto invece sia attuale il Marxismo (forse così va meglio) con questa drammatica crisi finanziaria si, ma anche di sistema, quel sistema liberista che anche tanti nostri ex compagni hanno scimmiottato, spero fino ad oggi.
Non sarò di certo originale, ma la crisi della sinistra è iniziata il giorno in cui si sciolse il PCI, non come acronimo bensì nel modo in cui si demolì l'organizzazione, poggiante essenzialmente sul Centralismo Democratico e che soltanto questo riusciva ad essere il collante.
Non dovrebbe essere difficile capire, la sinistra forse è il pensiero più variegato possa esistere nella società; abbiamo tutti la tendenza dopo avere letto saggi e verificato quelle teorie nelle sedi di lavoro, nella società, di elaborare personali tesi, anche la mia in questo momento ad esempio è un modo di vedere difficilmente "smontabile" e che se lasciato libero potrebbe creare più danni che benefici; ed ecco allora la necessità di sintesi di tutte le tesi individuali, o di gruppo, raccoglierle, farne un documento, approvarlo, ma poi occorre rispettarlo e farlo proprio e chi si pone fuori, dovrà poi subirne le conseguense.
A me risulta ad esempio che nella SPD tedesca vige ancora un simile sistema di autocontrollo, perché non reinstituirlo?
Carlo.gasperini@gmail.com
E facciamola questa piccola
E facciamola questa piccola sinistra!!Non facciamoci frenare dallo scacco dell'Arcobaleno e prendiamo con coraggio la navigazione in mare aperto tanto l'alternativa è rappresentata dalla sparizione della sinistra.
Condivido quanto dice Mario Tronti di mio aggiungo che la storia è quasi sempre stata fatta da manipoli ai quali la massa si aggiunge quando si configura un traguardo.
Il freno è purtroppo costituito dalla diaspora all'interno di RC quando invece sarebbe bene che la maggioranza di quel partito dovrebbe capire che rinchiudersi nel recinto del comunismo è anacronistico nel senso che quasi tutti riveniamo da quella storia,che giudico gloriosa,ma che non ha più appeal tra le masse.Più delle ideologie conta al giorno d'oggi la capacità di avere le idee ben chiare nell'identificare un progetto politico nuovo,adeguato alle trasformazioni avvenute nella società senza tralasciare valori importanti quali l'etica e la morale.Qui si gioca la vera sfida perchè il malessere che regna a sinistra è proprio dovuto alla incapacità progettuale dopo,ma anche prima della caduta del muro di Berlino.
Avanti su compagni un pò di coraggio perchè le sconfitte di ieri possono diventare le vittorie di domani.