In Carovana contro le morti bianche

Non possiamo rassegnarci a vivere in un paese in cui si perde la vita per lavorare.
Perché di questo si tratta: il lavoro come rischio, come percorso ad ostacoli come gimcana, tra contratti precari e diritti negati, fino a perdere la vita.
Per questo è più che mai agghiacciante il cinismo con il quale di recente si è aperta una polemica sulla tecnica più precisa per rilevare il numero delle morti bianche.
Una polemica cinica ed assurda, che fa velo alla realtà: quella di un modello sociale e di produzione che mercifica il lavoro e non gli riconosce valore.
Le scelte dell’attuale governo vanno esattamente in questa direzione con la cancellazione dei passi avanti sulla sicurezza fatti dal Governo Prodi (il Testo Unico, le norme contro il lavoro nero, l’abrogazione della legge contro le dimissioni in bianco ecc) e il varo di norme nuove di zecca come quelle che incentivano lo straordinario.
Perché esiste un rapporto certo, misurabile e misurato, tra gli incidenti sul lavoro e il numero di ore di lavoro, la precarietà e il lavoro nero.
La Confindustria, che aveva contrastato violentemente il Testo Unico sulla sicurezza e le sanzioni per le imprese inadempienti, oggi plaude alle nuove norme e alla licenza di irresponsabilità che esse consentono.
Ma il punto è perché tutto ciò non provoca uno scatto collettivo generale di indignazione? Che cosa è successo nella coscienza di questo Paese?
Certo la grave crisi economica globale e quella europea che ricade sull’Italia e si amplifica per le storture strutturali del nostro sistema economico, colpisce al cuore i legami sociali.
Colpisce il reddito delle famiglie degli operai, degli impiegati e degli insegnanti, le donne e gli uomini, i giovani e i  meno giovani, amplifica le disuguaglianze e  si somma alla caduta di etica pubblica alimentando il senso del declino generale del Paese. In un contesto così, la perdita di valore del lavoro nella gerarchia dei valori sociali collettivi è perfino evidente nelle statistiche europee che confinano l’Italia agli ultimi posti per il livello dei salari e rappresenta di più del tanto che già appare: la crisi morale di un intero paese. Non è cominciata oggi, ha radici globali, ha travolto tutti i partiti del centrosinistra disancorati dalla realtà mutata.
Non ci si può rassegnare.
Sia di fronte al mito della crescita fondata sull’abbassamento dei costi del lavoro, in primo luogo quelli sulla sicurezza, sia di fronte alla cancellazione del valore del lavoro come fondamento dell’Italia repubblicana.
Per non rassegnarsi bisogna squarciare il velo che copre la realtà.
Articolo 21 prova a farlo  con la carovana in partenza da Venezia il 4 di settembre. Avrà tutto il sostegno più sincero e concreto di Sinistra Democratica. 


Hai ragione Stefano,

Hai ragione Stefano, campagne e pensiamo anche ad un pacchetto di proposte di legge di iniziativa popolare su diversi temi.
Michele Ciol


Cara Titti, dovremmo

Cara Titti,
dovremmo cominciare a muoverci noi, invece di andare a rimorchio.
Per parte mia aspetto il referendum contro il nucleare, come proposta da Grandi, e una campagna per i redditi e i salari: che non può partire dai territori, ma da voi del nazionale (con manifesti e volantini).
Stefano Dall'Agata





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