Capitalismo senza politica

“Il mercato governa, i tecnici amministrano e i politici vanno in televisione”, affermava qualche anno fa -  e a ragione all’epoca  – un noto giornalista americano. E alla fine tutti e tre hanno fallito, dovrebbe aggiungere oggi. Ha fallito il mercato, per lo meno questo tipo di mercato, distruttore di regole, produttore di ingiustizie, alimentato com’ è dal profitto speculativo. Un mercato, quello oggi al tappeto, che ha segnato l’occidentalizzazione del mondo, ma non ha affatto garantito la democrazia, diffondendo invece nel mondo stesso  una politica economica sempre più amorale. Hanno fallito i tecnici, quei pochi tecnocrati che hanno guidato lo sviluppo a fari spenti nella notte, finendo per arricchire a dismisura se stessi e a impoverire gli “amministrati”. Hanno costruito un’enorme, fasulla,  piramide finanziaria  per metterla non al servizio dell’economia reale del mondo, né per produrre benessere, ma semplicemente per fare soldi per loro stessi. Avidi manipolatori di meccanismi che avevano nella deregulation la loro stella polare,  hanno giocato per anni con l’indebitamento e la speculazione, mettendosi a capo di aziende, banche, giochi di borsa e finendo per non capire nemmeno più cosa c’era davvero dentro le società che loro stessi creavano. La crisi    finanziaria che essi in gran parte hanno prodotto diventerà, ormai è luogo comune, crisi economica e sociale e sarà crisi globale, planetaria. Si guarda al sismografo quotidiano della borsa come se da lì, dopo tutto quel che è successo, dipendesse una qualche risalita. Mentre si dice che è come il Ventinove.  Eppure basterebbe ripassare qualche pagina di un libro qualsiasi  per capire  che sarà peggio di allora  e che il bello di questo capitolo della storia chiamato capitalismo contemporaneo deve ancora venire. Sarà peggio, perché quella crisi finanziaria riguardava l’America e una parte dell’Europa, mentre quella di oggi è un’onda sismica che innesca reazioni a catena. E’ così, a speculazione e inganno globale, crisi globale. E il bello è ancora da venire, proprio come fu in America quando la crisi finanziaria arrivò sì nel ’29, ma quella economica con un americano su tre senza lavoro, quella  crisi che conosciamo dagli affreschi sociale dei romanzi   di Steinbeck e Caldwell, manifestò i suoi segni dirompenti di recessione e disoccupazione  tre anni più tardi, a partire dal ’32-’33. Una frase di Lord Keynes, laddove il padre   del New Deal definisce  l’economia “un ramo dell’etica”,  basterebbe a spiegare tutto e a chiudere definitivamente  il discorso su come il mercato di oggi abbia governato il nostro mondo e i suoi tecnici l’abbiano amministrato. Il brivido che oggi ci scuote è solo l’ anticipo di  una crisi universale, questa la realtà. Che comincia come crisi dei mutui subprime per diventare crisi del mercato e dei suoi falsi valori, qualcosa che riguarda l’insieme dell’organizzazione attuale dell’economia capitalistica. La fonte, il cuore del problema sono gli Stati Uniti d’America e il capitalismo, almeno quello dilagante degli ultimi vent’anni, privo di leggi e di quelle  regole che, ancora meno di un anno fa, nessuno dei mercati finanziari chiedeva, credendo – questo l’errore strategico dell’intera classe dirigente del paese ancora egemone al mondo -  che il mercato si sarebbe regolato da solo. E proprio come nel ’29 l’America ne uscirà a patto di riscrivere il proprio contratto sociale e rivedere alla radice quello stile di vita attuale,  consumistico e speculativo, esportato in ogni dove nel mondo come modello superiore e vincente.  Ma il terremoto che scuote il paese dominante è, nell’epoca della mondializzazione,  un’onda che si propaga velocemente  e la crisi presto si espanderà  nelle altre economie. Nessuno se ne trarrà fuori e se l’Europa finirà per risentire meno dell’America gli effetti sarà proprio in virtù di un modello sociale meno iniquo che si è affermato negli anni della sua recente storia, purtroppo in Italia meno che in altri paesi del continente.  Ma questa crisi che da finanziaria diventa economica e da economica diventa sociale,  che colpisce al cuore il paese  che l’ha generata e da esso  si estende per il pianeta, ci sta già dicendo di utile che ora occorre davvero ripensare tutto, il modo generale di vivere, a cominciare dall’uso delle risorse energetiche. Uno degli aspetti che la crisi può manifestare è proprio il risveglio della common people, della gente comune, dagli effetti di una ideologia che si è posta spesso al di là del bene e del male, mischiando e confondendo  la distinzione tra vero e falso e proiettando gli individui in quella virtualità del consumo che conduce alla mercificazione della persona, senza più socialità, senza più comunità. Il mercato ha fallito nel suo governo, i tecnici nell’amministrare. E i politici? Non sarà dai politici che “vanno in televisione” la rinascita della politica, questo è sicuro. Ma  proprio il suo declino fino a segnarne quasi l’assenza dall’agire sociale ha finito per proiettare il mercato da solo al comando nel  governo della nostra vita. Senza il ruolo e il  peso della politica verso l’economia, verso la società, la crisi produrrà altra crisi e non vi sarà via d’uscita. La politica ha dato luogo al New Deal di fronte alla disfatta del 1929, quando finanza ed economia portarono l’America e mezza Europa al tracollo.

La politica può segnare, oggi come allora,  il cambiamento.  I politici vanno in televisione, ma adesso è il momento della politica fatta dalle ragazze e dai ragazzi che, in Italia, hanno chiaro che una scuola diventata azienda,  un’università fondazione privata e una ricerca senza più fondi segnano la scomparsa del loro futuro come esseri sociali. Non è altra cosa dalla crisi del modello capitalistico che stiamo vivendo. Sapere e lavoro, è proprio da lì che la politica del cambiamento dovrà ripartire per mettere in atto una risposta seria. Ed è precisamente lì, fuori dalla televisione dove continuano ad imperversare i “politici” di turno, che la politica del cambiamento  chiede alla sinistra di rimettersi in azione.





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